SEMI DEL MARE
Capitolo primo
L’avvocato Giovanni Intreccioli salì faticosamente i dieci scalini , mise la chiave nella serratura e aprì quella mattina proprio con grande fatica il suo studio, a Roma, in viale Mazzini, vicino a piazzale Clodio.
Quello studio in cui per tanti anni si era affannato dietro le sudate carte e poi via di corsa al Tribunale, ma che ora stava abbandonando per raggiunti limiti di età e nel quale ogni volta che entrava si trovava smarrito.
Da un po’ di tempo la memoria faceva acqua da tutte le parti. Spesso non ricordava assolutamente nulla dei nomi e si sforzava terribilmente per cercarli nei meandri in cui si erano andati a nascondere. A volte passava intere giornate a rincorrere un nome. Percorreva avanti e indietro tutto l’alfabeto e le sillabe possibili ed immaginabili, rimanendo così concentrato in questo spesso inutile esercizio tanto da isolarsi completamente, in tutte le situazioni, da ciò che stava facendo; tanto che talvolta gli era capitato di rimanere fermo, da pedone, ad un semaforo per delle ore e talvolta di essere richiamato, cosa terribilmente fastidiosa, dallo strombazzare impazzito del clacson di qualche automobilista sconcertato che non capiva se lui volesse attraversare la strada o quantomeno che lo rivedeva per la terza volta allo stesso posto e pensava si trattasse di un'allucinazione e cercava di esorcizzarla.
E’ una questione delicata questa della memoria quando ci si accorge che dondola, che se ne va di qua e di là, che gira e rigira a vuoto, che non risponde più alle domande . E diventa un imperativo interiore quello di dimostrare a se stessi che invece basta un poco, un piccolo sforzo, una concentrazione di tentativi, perché sembri che tutto sia a posto. Poi a volte improvvisamente, quasi per miracolo, tutto si schiarisce, quando il nome ritorna e tornano anche vivi i particolari che sfuggivano nella rincorsa. Sarà stata l’età, il fatto è che la memoria per l’avvocato a volte appariva, e di molto, disturbata. E veniva offuscata spesso da tante cose che si infilano in quello che lui avrebbe voluto ricordare e che lo disturbavano continuamente. E un po’ di confusione generale lo attraversava e non gli permetteva più di svolgere ogni attività. Problema che d’altra parte colpiva molte persone della sua età e soprattutto si ingigantiva insieme con le stravaganti notizie con cui ogni giorno veniva colpita la sua immaginazione dall’esterno.
Lo studio era in una situazione difficile, rispetto all’ordine.
Su una scrivania stavano ancora pile di pratiche che l’avvocato non sapeva più che cosa riguardavano ed ogni volta cercava di rimettere in ordine una confusione totale che invece si era impadronita delle carte e della sua mente. Molte delle carte, che riguardavano le cause ormai esaurite e rispetto alle quali egli aveva un poco di certezza della loro fine, stavano in dei cartoni disseminati qua e là per le due stanze grandi.
In questo lavoro di riordinare le carte l’avvocato aveva chiesto ed ottenuto per un certo lungo periodo di tempo l’aiuto del nipote, che era un ragioniere affermato e pensava di poterlo facilmente aiutare a sistemare ogni cosa.
Ma ben presto la loro collaborazione nell’impresa del riordino delle carte era crollata, tra i ricordi che se ne andavano sempre di più dell’avvocato e le richieste di praticità del ragioniere, che non tollerava fra l’altro che questo disordine mentale si fosse impadronito di uno studio legale che era stato tra i più rinomati e non si capacitava come questo fosse successo e come fosse lontanamente possibile; o forse ne era più semplicemente solo terrorizzato.
Così il nipote aveva abbandonato lo zio e le carte disordinate al loro destino.
L’avvocato Intreccioli prese posto sulla sedia impolverata, una pila alla sua destra, una alla sua sinistra, un varco al centro. Si accorse che era quasi al buio, perché un poco di luce filtrava dalla persiana, che era da tempo difettosa e non chiudeva perfettamente.
L’avvocato accese comunque il lume che illuminava a giorno la scrivania e cominciò a chiedersi che cosa avrebbe fatto.
Non aveva certo voglia di affaticarsi ulteriormente quella mattina. Che era cominciata male, forse per il tempo, forse per un brutto sogno, sta di fatto che non era dell’umore migliore. E avrebbe volentieri fatto un pacco unico di tutte quelle carte e le avrebbe mandate forse nella migliore delle ipotesi al macero.
Ma gli dicevano tutti che la sua posizione non poteva essere compromessa da gesti inconsulti, che la responsabilità del professionista poteva ancora fargli qualche brutto scherzo e che comunque doveva chiudere i rapporti con i clienti che erano ancora in piedi.
Il fatto che lui non si ricordasse più quali erano per gli altri non aveva molta importanza. Continuavano a ripetergli che gli era stato dato un mandato e che lui doveva rispettarlo fino in fondo.
E quali erano questi rapporti che erano ancora in piedi? Questo era il suo interrogativo, che riguardava spesso anche i clienti, dei quali spesso non ricordava più niente, figuriamoci se poteva dire se loro stessi stavano ancora in piedi o meno.
Qualcosa comunque la ricordava bene. Sapeva che si era occupato prevalentemente, almeno negli ultimi 30 anni, di questioni agrarie.
E che era stato in rapporto con un mondo agrario del quale ora lui non sapeva se ci fosse in giro, almeno dalle sue parti, qualche residuo.
Ricordava bene che i contadini che lui tutelava lo pagavano spesso in natura, e che lui tante volte tornava a casa con delle bottiglie di vino, con delle buste cariche di insalata, con dei carciofi, e la frutta, e che la frutta e la carne erano diventate per lui un discorso a parte tanto che sua moglie aveva dovuto comprare un surgelatore: e tante volte invitava i suoi colleghi a cena.
C’era stato un periodo di abbondanza, questo ricordava, in cui le costatelle di maiale, il capretto, e insieme pere, mele, meloni, arance, limoni, profumavano il suo studio e poi andavano a finire nel surgelatore di casa dove la moglie sapeva sistemarli ed ordinarli.
Il ricordo della moglie aprì improvviso una fitta nel suo cuore, perché lei era tanto ordinata, e con la sua perdita era cominciato il suo disordine, erano cominciate le stravaganze, i problemi di memoria e tutto il resto che ora si accumulava e che lui sapeva di non avere molte possibilità di affrontare da solo.
Ordine e disordine si erano del resto intrecciati variamente diverse volte nella vita dell’avvocato, per cui tante volte aveva già condiviso con il disordine le sue giornate, per cui tante volte si era posto il fine di fare un poco di ordine, di riordinare le sue carte e insieme le sue idee; il problema di mettere in ordine era stato spesso affrontato e risolto, per cui non se ne preoccupava molto. Le carte impolverate davano poi un tocco di antico all’ambiente e anche questo poteva avere un suo valore, quantomeno poteva essere di aiuto e conforto.
Comunque lui sapeva bene in cuor suo e capiva che non era l'ordine delle carte la questione vera.
Il fatto che non avesse più la minima idea della loro importanza e soprattutto che non riusciva a ricordare molto delle varie pratiche, questo lo infastidiva, ma era tranquillo, era convinto che avrebbe risolto brillantemente questo problema, e questo era importante.
Il ricordo della moglie ce l’aveva ben vivo, e lo faceva ancora soffrire, perché ne sentiva la presenza invisibile in ogni momento. E spesso le parlava. Non aveva bisogno di fotografie. Ogni tanto cominciava a parlare con lei ed era un colloquio in cui piano piano si sentiva rispondere dai muri, quando era nello studio o a casa e quel colloquio era così vivo che per lui scompariva tutto il resto, perché la sentiva ancora viva vicino a lui e non gli importava niente di niente, che lo credessero pazzo o rimbecillito, facessero pure. In quei momenti sentiva di più la vita, ecco.
Cominciò distrattamente a guardare una pratica che stava nella pila alla sua destra e pian pianino gli venne in mente qualche particolare della vicenda, si ricordava della questione, bene, gli tornava in mente il suo cliente.
Era una cosa semplice , si ripeteva e intanto si ricordava del rapporto che aveva avuto anni prima con un mediatore di bestiame, che gli dava da recuperare i suoi crediti, e si ricordò benissimo che la questione più interessante dal punto di vista giuridico era stata quella di un maiale, che il mediatore aveva venduto direttamente, e che l’acquirente non voleva pagare perché diceva che aveva dei vizi occulti.
I vizi del maiale non erano stati posti a conoscenza dell’acquirente, anzi gli erano stati volutamente nascosti, sostenevano dall'altra parte, ma lui aveva impostato la sua difesa sul fatto che quelli che si sosteneva fossero dei vizi erano invece delle qualità e che tutto era una scusa per non pagare il prezzo dovuto, e che tra l’altro i vizi non erano stati ben definiti e chiariti, per cui era difficile identificarli.
Non si erano peraltro ben capiti quei vizi, ricordò l’avvocato, che cominciò a riflettere sullo strano gioco della sua memoria che gli faceva venire in mente oscuri vizi di un maiale, del quale avrebbe voluto ricordare qualcosa di più gradevole, come le salsicce, o il capocollo, o i prosciutti, ma gli venivano in mente i vizi.
Forse la colpa era da ricercare nell’oscurità del linguaggio giuridico, nelle cui ombre egli si era per tanti anni addentrato ma che adesso lo infastidiva non poco per la confusione che spesso gli determinava, ora che cercava di abbandonarlo un poco e tutto gli riusciva difficile.
E si ricordò anche di un altro episodio sempre riguardo a quel tipo, che per recuperare un credito gli aveva consigliato di pignorare al debitore un gregge di pecore; e che lui era andato sul posto insieme all'ufficiale giudiziario ma delle pecore nessuna traccia nell'ovile, e il debitore che spergiurava che le pecore non le aveva più , tanto da convincere l'ufficiale giudiziario .
Solo dopo che questi se ne era andato l'avvocato aveva capito che quello le pecore le teneva nascoste dentro casa tanto che fece un giretto di perlustrazione per avere conferma, ma quando sembrava sicuro, dai belati che udiva , di averle trovate, erano scomparse un'altra volta, tanto che si ricordava quell'episodio come quello delle pecore invisibili.
Mentre era immerso in questi ricordi, si accorse che c'era una lettera nello spazio centrale libero della scrivania e ricordò che l'aveva presa il giorno prima dalla cassetta ma che non l'aveva ancora letta.
La busta era una normale busta con il suo indirizzo e il nome del mittente, Luca De Francesco.
Al leggere quel nome l'avvocato ebbe quasi un sussulto, prese subito il tagliacarte e aprì con cura la busta, prese la lettera e la cominciò a leggere con estrema attenzione. Il testo era questo:
" Caro avvocato Intreccioli,
ieri mi hanno scarcerato e sono tornato un uomo libero. La mia liberazione e la fine della pena sono arrivate per i fatti che le saranno certo noti ed è stata riconosciuta la mia innocenza, dopo otto anni di carcere. Desidero tanto vederla anche per avere ancora qualche suo prezioso consiglio, perché le confesso di trovarmi sperduto ora nella libertà, che ci avevo fatto il callo alla galera. Uscire fuori così all'improvviso mi ha determinato addosso tante paure, perché non so come viverla questa libertà della quale avevo perduto ogni ricordo. E poi la debbo ancora ringraziare per quanto strenuamente Lei mi ha difeso, anche se purtroppo vanamente. E mi ritorna vivo il ricordo della sua amicizia, che Lei ha sempre manifestato nei miei confronti e che mi è stata di sollievo anche per superare i momenti di sconforto. Voglio vederla. Verrò comunque a trovarla venerdì al suo studio verso le dodici, perché penso che a quell'ora la troverò e sono sicuro che allora lei avrà ricevuto questa mia lettera. Con tanti ossequi
Luca De Francesco ".
Capitolo secondo
L'avvocato ebbe una profonda emozione.
Luca sarebbe stato lì tra qualche ora. Era proprio venerdì ed erano le otto e trenta del mattino.
E la sua mente si aprì, si alzò il sipario, e tutta quella vicenda di Luca gli si ripresentò in un baleno, come se se ne riappropriasse.
Tanti anni prima gli era stata presentata per lettera da alcuni patronati una questione agraria della quale gli si chiedeva di occuparsi.
Nelle lettere i patronati gli accennavano sommariamente la questione che riguardava dodici contratti agrari della piana di Fondi, dicendo che la questione gli sarebbe stata esposta personalmente meglio da un giovane, di nome Luca De Francesco.
Cosa che avvenne previo appuntamento nel suo studio.
Fu in quell'occasione che ebbe il primo incontro con Luca.
Era un giovane allora di ventiquattro anni, che lo impressionò subito positivamente. Alto e robusto, aveva due spalle larghe e due braccia robuste che spesso si agitavano e si intrecciavano nel gesticolare. Il viso era piuttosto scavato, soprattutto intorno alle guance, ma si allargava spesso ad un bel sorriso semplice, in cui brillavano gli occhi e i capelli neri e arricciati, ma composti e trattati con cura. Era semplice e aggiustato nel vestire, che forse doveva appariva elegante per l'occasione.
Luca gli aveva cominciato a raccontare dettagliatamente della questione. Cosa non semplice perché doveva comunque parlare di faccende con qualche secolo di storia alle spalle che poteva svanire d'un tratto nel nulla.
Tutte le terre di questi dodici contratti agrari in questione appartenevano alla famiglia Salinas, da diversi anni, che le aveva acquistate nel dopoguerra sfruttando la legge sulla liquidazione degli usi civici sostenendo di averne la proprietà da tempo immemorabile; ancora qui il linguaggio giuridico con i suoi problemi, per i ricordi e per la confusione intrinseca che ne veniva fuori del tutto.
Apparenze da una parte, difficoltà a comprendere la realtà e ad immergervisi, versioni contrastanti sugli stessi fatti e sempre un’enorme confusione in cui dibattersi.
Infatti la questione era ben diversa per come la riportava Luca; in quanto lui sosteneva che ogni parte di terreno era stata concessa agli antenati dei contadini in forza di contratti antichi, contratti ormai ricordi molto lontani del passato. Contratti con proprietari ormai lontani nel tempo e spesso dimenticati, contratti che i Salinas avevano mantenuto in vita da quando avevano la proprietà. Si poteva parlare di contratti di colonia che, forse sotto altra forma, si protraevano e passavano da padre in figlio.
Allora, in forza di una legge che intendeva trasformare tutti i vecchi contratti agrari in forma di affitto di fondi rustici, i Salinas avevano inviato tempo addietro ai contadini singolarmente una lettera di diffida , sostenendo che i contadini non avevano esercitato nei tempi concessi dalla legge l'opzione per la conversione del contratto in quello di affitto, che erano decaduti da tale loro diritto che ora pertanto non avrebbero potuto più esercitare, e chiedendo il rilascio dei fondi in un termine di pochi mesi.
I Salinas sostenevano che i loro erano contratti di colonia parziaria e che pertanto loro avrebbero dovuto chiedere la trasformazione di tali contratti nei termini di legge. Sostenevano pertanto che ora dovevano rilasciare i fondi, salvo il loro proprio diritto ad eventuale risarcimento di ogni danno.
La questione era stata già da un paio di anni trattata dai patronati che trattavano le questioni agrarie.
I contadini si erano rivolti alle organizzazioni dei sindacati un po' separatamente, un po' insieme, e c'erano infatti tre patronati diversi che si stavano occupando delle questioni. Questo loro intervento era necessario perché la legge prevedeva che comunque, nelle questioni agrarie, ci si avvalesse, prima di rivolgersi alla magistratura, di un tentativo obbligatorio di conciliazione ed in questo erano entrati i patronati, per rappresentare i contadini in queste fasi stragiudiziali. Peraltro l'intervento di queste organizzazioni aveva comportato inevitabilmente di dare uno sviluppo in una certa direzione e tra l'altro il tentativo di conciliazione non era stato una via praticabile.
I patronati avevano sostenuto che i loro contratti non rientravano tra quelli previsti dalla legge invocata dai Salinas, che erano contratti che si tra
mandavano di padre in figlio da secoli, che non poteva parlarsi di rapporti di colonia simili a quelli previsti dalla legge .
Ma in nessun senso si era potuta tentare la conciliazione, perché da una parte non si era fatta alcuna offerta di valore, e dall'altra, da quella dei contadini, l'attaccamento alla terra era così forte e c'era il fatto che ormai da tempo la consideravano propria, per cui le posizioni erano difficilmente conciliabili, né facilmente poteva essere monetizzato il nodo delle discordie.
E così, da una parte i Salinas avevano la chiara intenzione, per i contadini, di buttarli fuori con la forza della legge dalla loro terra.
Ma prima , così sembrava che avessero pensato i Salinas, forse per loro era meglio che fossero i contadini a dare battaglia. E a rivolgersi alla magi
stratura.
E questo momento di necessità era arrivato per i contadini. Anche perché le cose erano precipitate per altri versi. Si erano sparse delle voci che stavano prendendo sempre più consistenza ed erano iniziati degli eventi che avrebbero lasciato il segno.
Era entrata la questione della vendita agli americani. La notizia si era sparsa come un uragano su tutte le famiglie.
E poi nel giro di pochi giorni erano cominciati gli incendi. Incendi piccoli, ma tutti insieme, che erano un chiaro segnale per tutti, di minaccia e di violenza.
I contadini avevano cominciato a denunciare i fatti alle autorità e i carabinieri stavano facendo un'inchiesta. E loro sapevano che alle spalle di questi fatti c'erano dei malviventi che sicuramente erano stati pagati per gettarli nello sconforto. Ma di questo non avevano prova alcuna.
L'avvocato ebbe il ricordo di una sua riflessione durante quel primo colloquio con Luca, che nel frattempo si faceva sempre più chiaro. Lui aveva pensato che certo il termine colonia ha sempre avuto notevoli difficoltà di essere capito ed interpretato.
A cominciare dall'accento che molti sostengono debba essere sulla i, facendone una parola sdrucciola, mentre molti altri, rifacendosi all'accento di colono, lo pongono sulla o, pronunciandola la parola come quella della grande città tedesca.
E che il valore ed il significato di colonia parziaria, contratto agrario tanto diffuso da essere menzionato nel codice civile, ma prima nel codice napoleonico e nel diritto romano, non è poi così chiaro in relazione ad altri contratti agrari come non è chiara la differenza con alcuni di essi.
E poi colonia aveva comunque anche altri significati che andavano al di là dei contratti agrari e stanno fermi nella storia, nelle colonie, nel colonialismo, nei grandi Imperi fondati sulle colonie.
Forse la definizione data nel codice distingueva la colonia parziaria da altri contratti, - aveva pensato l'avvocato - come la mezzadria, per l'entità della ripartizione del prodotto, che nella mezzadria è specificata nella metà mentre nella colonia parziaria non è specificata ed è riferita alle convenzioni e agli usi, essendo stato abrogato ogni riferimento alle norme corporative che c'era del periodo del fascismo. Per essa invece era chiara la durata limitata prevista per cui quando i rapporti duravano da molto tempo forse non si sarebbe dovuto parlare di questo tipo di contratto. Ma poteva anche trattarsi di esso, potendosi il rapporto trasmettere agli eredi.
La difficoltà di interpretazione del tipo di contratto agrario era comunque caratteristica di questo tipo di contratti, in quanto si trattava perlopiù di contratti verbali che non avevano nulla di scritto e facilmente si poteva sostenere a questo punto che potesse trattarsi di un tipo contrattuale o di un altro.
Ancora una volta il linguaggio giuridico con le sue ombre lo aveva avvolto. E ricordava che lui aveva subito pensato bene al termine colonia perpetua che gli piaceva tanto perché conteneva in sé quell’aggettivo che era poi lo stesso nome che si dava alle assistenti dei parroci e gli ricordava la Perpetua di don Abbondio del Manzoni, personaggio che gli era sempre riuscito simpatico.
Ma l'avvocato ricordò anche che i contadini interpretavano tutta la situazione e la vedevano in ogni caso come una forma di asservimento, e a loro non interessavano molto le disquisizioni giuridiche, e si sentivano privati soprattutto di ciò che loro sentivano come proprio, cioè si sentivano di non avere potere su quella terra che loro avevano coltivato per generazioni, che conoscevano zolla per zolla, di quegli alberi che loro avevano piantato e visto crescere, che avevano potato per anni e anni e di cui avevano raccolto i frutti, di cui sapevano a memoria ogni curva e ogni nodo del tronco e uno ad uno riconoscevano dalle fronde; e dei muretti, e delle scoline, e del concime, e delle rotazioni.
Come potevano dire che quella terra non era loro quando loro proprio l'avevano amata in ogni modo possibile? Questo proprio non lo capivano e difficilmente potevano capirlo, rifletteva l'avvocato, anche se non erano dei rivoluzionari e capivano la proprietà, la legge ed ogni cosa che ne derivava.
Ma il fatto che si pretendesse che loro, dopo tanti anni, abbandonassero la terra che da sempre avevano coltivata e vi potessero essere obbligati, questo non lo capivano e non ne capivano il perché.
Per loro sarebbe stata la fine di un'epoca, e non vedevano un futuro davanti, senza terra.
E questa terra a chi e a che cosa doveva servire?
E tutti gli interrogativi sui termini che avevano da tempo riempito le menti dei giudici e degli avvocati, per loro non avevano molto significato. Certo, le leggi si erano occupate a fondo dei contratti agrari e dell'agricoltura in genere, ma questo era un discorso che diventava del passato, e loro sentivano che ormai la loro unica risorsa era l'attaccamento disperato alla terra in un mondo che stava abbandonando la terra e l'agricoltura.
Il racconto di Luca riprese spazio nella memoria.
E gli aveva raccontato di una riunione dei contadini nella piazza del paese che sarebbe comunque stata molto ricca di significato.
Comunque Luca De Francesco ora tornava e l'avvocato riemerse dai ricordi precisi di quel primo incontro e guardò l'orologio che ora si avviava verso le nove.
Sentiva l'emozione dell'avvicinarsi di quell'incontro che si faceva via via più forte.
Capitolo terzo
L'avvocato decise di cercare le carte e si mise a frugare in uno scatolone nel quale gli sembrava di averle riposte.
Alla fine lo rovesciò perché era difficile prenderle ad una ad una dallo scatolone, ma non trovando nulla prese un altro cartone e frugando in fretta trovò i fascicoli.
Ritrovò i suoi appunti su quel colloquio.
Egli aveva l'abitudine di prendere appunti quando un cliente gli raccontava un fatto, abitudine preziosa perché a distanza di tempo gli permetteva di ripercorrere i fatti raccontati e di riviverli come se fosse la prima volta, ma soprattutto di lasciarsi una memoria scritta dei colloqui.
E ricordò con sempre maggiore vivacità ed abbondanza di particolari il racconto che Luca gli aveva fatto.
Luca gli aveva parlato dunque di una riunione che i contadini avevano fatto.
La piazza del paese si era riempita delle famiglie dei contadini della valle e insieme delle loro grida e della loro rabbia.
Avevano parlato i contadini più rispettati ed avevano insistito sul fatto che bisognava essere tutti uniti, che l'unione fa la forza, che avrebbe permesso loro di superare ogni problema tra di loro e insieme gli avrebbe consentito di affrontare insieme le difficoltà, le paure, le minacce e le prepotenze che si stavano profilando.
Luca aveva raccontato per filo e per segno gli interventi e in particolare quello di un'anziana contadina , Maria, coperta da uno scialle nero, alta magra con i suoi sessanta anni che sembravano aver lasciato un segno soltanto nella sua voce, che era sempre bassa ma forse più sicura di quando era giovane. Era una contadina rispettata, perché aveva saputo guadagnarsi il rispetto e soprattutto perché aveva sempre dimostrato il suo coraggio. In particolare, una volta che le terre si erano allagate, Luca riferì che Maria aveva fatto una cosa che era ricordata da tutti. Mentre tutti cercavano riparo nelle case che avevano i piani più alti, lei era andata a soccorrere una fami
glia che era rimasta isolata e lì aveva aspettato che arrivassero i soccorsi e aveva salvato la vita allora al più vecchio, che stava per morire.
Luca raccontò che lei nel suo intervento cominciò a dire che l'unica strada percorribile era quella di rivolgersi a un avvocato, ma soprattutto che bisognava essere uniti nel denunciare tutto e nel non avere più paura. Insomma, che bisognava cercare giustizia, bisognava che ognuno di loro non fosse più semplicemente spettatore ma diventasse attore e protagonista di tutti quegli eventi che stavano per cambiare la loro vita. E che solo con un po' di coraggio avrebbero potuto spezzare le reti dell'omertà e la ragnatela della paura. E che bisognava battere il ferro finché è caldo, sostenendo che tutte le loro proteste e le loro grida, che si erano fatte forti insieme, potevano svanire in un nuovo silenzio e che loro lo sapevano bene; e che tutti loro erano ben consapevoli, che il legame tra loro sorto si poteva spezzare per un niente e con una sola parola, perché fragile quel legame, nato sotto tante paure individuali cresciute insieme a dismisura e sviluppate a groviglio. Legame intricato che poche parole di un ragionamento avrebbero potuto però facilmente sciogliere. E che sì, ciò che li stava unendo era la rabbia, lo sconforto, la paura e la voglia di urlare e uscire fuori contro la prepotenza; ma intanto erano ben consci che il loro campo, la loro terra, il loro raccolto, era diviso ognuno da quello dell'altro da tanto tanto spazio e che difficile era superare questo limite. Ma gridare insieme era bello e dava anche sensazione di forza e di libertà. E c'era poi la sensazione di superare insieme anche la paura solitaria, quello sguardo che d'un tratto si dà al futuro e che terrorizza e butta nell'angoscia del domani.
Dal racconto di Luca e dagli appunti l'avvocato ricordò una sua impressione che ora emergeva bene, che i contadini non è che avessero piena fiducia nella giustizia.
Sapevano della difficoltà di avere giustizia, ma ormai non avevano altra strada e dovevano sperare, sperare tanto, perché erano arrivati al capolinea in cui tutte le sfiducie messe insieme potevano solo aggrapparsi ad un filo di speranza.
Certo, di questo avevano la sensazione, che tanti piccoli fili legati insieme e intrecciati l'un l'altro, potessero dar corpo ad una corda tenace e resistente. L'unione fa la forza, si ripetevano continuamente, anche se la loro istintiva diffidenza, l'atavico uso di chiudersi nel pro
prio orto e difendersi da qualsiasi invadenza esterna, contrasta
vano inesorabilmente con le intenzioni solidali.
Questa era la loro questione più difficile, la sensazione che facilmente potevano essere divisi perché la loro unione, la sentivano facilmente attaccabile, e fragile in ogni senso.
Nella calca dei contadini che ascoltavano e manifestavano c’era anche naturalmente Luca , che non poté non accorgersi della presenza a qualche metro di distanza, nel mezzo di un gruppo di giovani donne, di Concetta Fiorelli.
E Luca aveva riferito con molta importanza questo particolare.
Tra i due giovani c’era da sempre un legame quasi prestabilito; ed entrambi e un po’ tutti nella piccola comunità lo sapevano, ma sembrava quasi che i due spesso tentassero di evitarsi, almeno in pubblico, il motivo restava un po’ nascosto, forse era per cercare una sfida ad un qualcosa che sembrava sempre preannunciato da tutti e che era quasi scritto in un libro che stava da qualche parte e che tutti dovevano aver già letto, almeno quelli che erano in grado di leggere.
In questo senso, rispetto al saper leggere, l'avvocato pensò e ricordò che la maggior parte dei contadini sapeva farlo, però limitatamente a scritture semplici e perlopiù allo stampatello, ma alcuni di quelli più anziani erano ricaduti in forme di analfabetismo, sebbene avessero avuto un po’ tutti a tempo debito l’occasione di imparare.
In ogni modo il libro in cui sembrava già scritta la storia dei due giovani non era un manoscritto né era in alcun modo stato mai pubblicato, per cui ogni considerazione sul saper leggere e scrivere avrebbe potuto sembrare fuori luogo, se non si fosse voluto riflettere sulle capacità proprie anche di persone di scarsa cultura di saper leggere tra le pieghe di questi libri non scritti che a volte si diffondono in una comunità.
E rispetto ai quali acquistano particolare importanza parole forti come destino, fato, ciò che è già stato scritto e detto che diventa una entità che ha una sua propria potenza e si diffonde con strumenti diversi dai libri stampati e dagli altri mezzi di comunicazione.
E i ricordi di tante persone spesso hanno un peso importante e determinano lo svolgimento di queste forme, di questi saperi non scritti che però diventano tanto importanti da travolgere ogni altra forma.
E i ricordi avevano tracciato dei segni per cui tra Luca e Concetta sembrava già aperta una strada e nessuno sembrava essere in grado di contrastare una misteriosa volontà che sembrava preannunciata.
Una strada tuttavia tutta in salita, irta di ostacoli e in cui la nuova situazione che si prospettava e i nuovi corsi che sembrava stessero per aprirsi sulle storie dei contadini non promettevano niente di buono per quel libro non scritto e di cui un po’ tutti, giovani e anziani, uomini e donne, grandi e piccini, sembravano sapere qualcosa, ma che appariva sempre più oscuro nel suo sviluppo.
La storia sembrava fosse stata disegnata da alcune intese che erano affiorate ancor prima della nascita dei due giovani e che risalivano a molto tempo addietro.
Si ricordava che la trisavola materna di Luca si fosse innamorata di un contadino che poi era emigrato in America e si diceva che quest'amore doveva ritrovare forma e ricomparire nei discendenti dei due innamorati di tanti anni addietro alla prima occasione in cui esso avesse avuto la possibilità di esplicitarsi.
E tutto sembrava favorire un concretizzarsi di questa storia già scritta, ma la vicenda delle terre stava complicando gli sviluppi della trama. Oltre a numerosi contrasti.
Luca in questo senso aveva raccontato e si era confidato con l'avvocato, che affascinato da questa strana storia di un amore già scritto aveva impresso bene tutto nella sua memoria ed era colpito come questa vicenda si intrecciasse con quella della protesta e della questione dei contadini.
E d’altra parte capì subito, dal tono con cui Luca ne parlava, che questa diventava una questione molto importante infilata nell’altra, una vicenda che avrebbe avuto il suo peso determinante in tutta la questione.
Capitolo quarto
L’avvocato cominciò a ricordare gli sviluppi che aveva preso la storia di Luca e Concetta.
Luca gli confidò subito che il suo cuore era preso, che un solco era tracciato profondamente ma che un insieme di sassi e di male erbe lo avevano riempito.
Un amore sì quasi predestinato, a sentire quella narrazione di Luca, ma certo molto contrastato.
Gli ostacoli che via via si erano frapposti erano stati tanti e di varia natura.
Dapprima c’era da considerare antiche questioni familiari, legati ad una vecchia questione di confini mai definita. I lotti non erano confinanti tra loro, ma erano divisi da un altro lotto che stava in mezzo. Ma la questione dei confini toccava tutti e tre i lotti.
Che la terra non fosse propriamente loro questo non aveva molta importanza, perché negli ultimi anni precedenti al racconto di Luca per 7 volte, dico sette volte, diversi geometri si erano affannati a dimostrare che il confine dei lotti doveva essere mutato, uno diceva in favore di un lotto, e lo picchettava e lo spostava nel lotto intermedio; il cui titolare presto faceva venire un altro geometra che spostava il confine nel lotto dei De Francesco; e poi al contrario interveniva un geometra per questi e spostava e picchettava un nuovo confine nel lotto intermedio, il cui titolare subito chiamava il suo geometra, che spostava di nuovo il confine nel lotto dei Fiorelli; la qual cosa si era ripetuta per sette volte ed ognuno era convinto delle proprie ragioni.
I geometri non si erano mai incontrati tra di loro per capire bene da quali considerazioni partissero e per confrontarsi. Ma come l’uno diceva qualcosa, ecco arrivava l’altro e sosteneva non solo il contrario, ma ne affermava un’altra completamente opposta.
All’avvocato questa questione dei diversi geometri fece pensare che partissero da considerazioni troppo parziali e che era impossibile che i confini fossero così incerti.
Comunque la questione era ben profonda tra le due famiglie e quella del lotto intermedio che naturalmente non si lasciava intimidire e manteneva fortemente salda la sua posizione; e tutto ciò certo non favoriva la storia di Luca e Concetta.
E che le questioni di confini siano difficili lo sanno tutti, tanto che tra gli stati portano a delle guerre che durano secoli ma tra i contadini non è che vada meglio.
Per cui questa antica questione non risolta aveva un peso determinante nel rapporto tra le due famiglie e determinava un contrasto non facilmente sanabile.
E poi c’erano stati dei contrasti politici, affermati con forza dagli antenati e rafforzatisi con l’andare del tempo. Si diceva che i familiari di Luca e quelli di Concetta avevano litigato terribilmente per motivi politici durante il fascismo e che la lite non si era davvero mai sanata. Ed anche queste antiche discordie politiche facevano il loro gioco nel contrasto all’amore prestabilito.
Ma la storia davvero più difficile, intricata e complessa era quella della zucca.
Nella contrada da alcuni anni si teneva una festa che era chiamata la sagra della zucca, in cui veniva premiato il contadino che portava la zucca di maggiori dimensioni e di maggior peso.
La sagra della zucca, cominciata quasi per scherzo era diventata una manifestazione molto importante anche perché era stata sponsorizzata ben presto dall’associazione degli imprenditori agricoli e c’era un premio in denaro che faceva gola.
E tutti gli anni il nonno di Concetta Fiorelli, non si sa come facesse, riusciva ad aggiudicarsi il premio. Tanto che lo chiamavano Willy lo zuccone, all’inglese dal suo nome Guglielmo.
Willy lo zuccone era gelosissimo dei suoi segreti e soprattutto del suo campo di zucche, dove nessuno poteva avvicinarsi troppo senza correre il rischio di restare impallinato.
E questo lo doveva sapere bene Luca, che qualche anno prima aveva cercato di prendere la zucca campionessa e si era beccato una rosa di pallini da caccia nel fondo schiena.
Roba da processo penale che non c’era stato mai, perché si simulò un incidente di caccia per non far cadere nessuna delle due famiglie nel disonore e davanti all’onore tutti furono pronti a raccontare frottole, la forza dell’onore si sa è grande e poi perderlo per una zucca era inconcepibile.
Luca però serbava il ricordo di quella storia con un certo disagio e forse con un poco di rancore. D’altra parte la storia, per quanto fosse stata camuffata di fronte alle autorità, era diventata di dominio pubblico e tutti da una parte avevano un sacro terrore per Willy lo Zuccone ma serbavano un certo scherno per Luca, che si era fatto beccare.
Di tutti questi problemi ed ostacoli che si frapponevano tra Luca e Concetta l’avvocato seppe più in là, sia dai colloqui con Luca, sia nel corso dei suoi sopralluoghi, dopo che aveva cominciato ad interessarsi della questione agraria.
L’avvocato ricordava che mentre Luca gli raccontava questi particolari egli ebbe una riflessione quasi contemporanea, su quanto si agitassero nella piazza i contadini al grido l’unione fa la forza e su quanto fossero in realtà divisi tra di loro.
La riflessione però su questi particolari, riportata a colui che era il portavoce di un insieme di contadini che dovevano affrontare uniti una difficile questione agraria, lo metteva di fronte alla separazione netta e alle rivalità tra le diverse famiglie e gli faceva capire subito che l’unione, che l’alleanza dei contadini tra di loro era un pochino difficile e che questi ostacoli avrebbero avuto il loro peso sulla questione agraria.
Ricordò che egli prese subito così a cuore questa questione, tanto da recarsi diverse volte sui luoghi, da parlare direttamente con le famiglie ad una ad una, tanto da fermarsi più volte a dormire sul posto, perché si faceva tardi e tra un bicchiere di vino offerto e l’altro, non era in grado di ritornare a casa con l’automobile, mezzo che allora usava abitualmente per i brevi spostamenti.
E così venne a conoscenza dei particolari sulle questioni dei confini, sulle rivalità politiche, sulla storia della zucca.
Ricordava anche un colloquio avuto con il farmacista, una sera che si era fermato sul posto e non gli andava di andarsene a dormire dove era ospitato. Il colloquio lo aveva così impresso che lo rivedeva nei particolari.
Percorrevano discorrendo il corso principale e sembrava che lo misurassero con i loro passi lenti: era un modo che stavano sperimentando di far tardi. L’avvocato trovava peraltro piacevole la conversazione con il farmacista , il dottor Cesare Pannotti, un uomo alto quasi due metri, con una folta capigliatura brizzolata sulle tempie, il capo un po’ ricurvo, la fronte ampia, due occhi neri profondi adornati da folte sopracciglia, un fisico massiccio che ciondolava sulle due lunghe gambe nell’accompagnare i passi lenti.
Con il quale l’avvocato aveva avuto subito una certa confidenza e dimestichezza che d’altra parte gli era subito stata riconosciuta dal farmacista, che trovava in lui un interlocutore di un certo livello e volentieri parlava e discuteva per natura.
Avevano iniziato a parlare degli incendi che si erano diffusi nei campi, erano entrati in amicizia e si davano del tu.
“Sono fatti gravissimi, è una violenza nuova che terrorizza tutti” disse il farmacista.
“E’ col terrore che vogliono farsi strada, così non avranno ostacoli” commentò l’avvocato.
“Secondo me hanno misurato ben bene i loro atti, questi misteriosi piromani di cui si parla.”
“Certo, la vicenda potrebbe prendere una piega diversa, se colpissero alla grande, ci sarebbe un’inchiesta doverosa fatta a fondo e verrebbe a galla tutto, e questo non è nei piani, a quanto pare.”
“Certo che no, il terrore deve proseguire ed insinuarsi nell’animo di tutti, deve essere una forza che costringe ed infiacchisce e mette tutti prostrati, non può essere qualcosa che invece irrobustisce l’altra parte.”
“Ma, io credo che stanno portando avanti un gioco terribilmente sporco, si stanno servendo di tutti i mezzi per ottenere il loro scopo.”
“Ma l’arma del terrore è quella più forte, perché si insinua negli animi e costringe i punti deboli a venire allo scoperto.”
“Si, hai voglia di dire che l’unione fa la forza, col terrore loro toccano ogni legame, feriscono le famiglie ad una ad una, e insinuano dubbi atroci in tutti.”
“ Certo che così nessuno può sentirsi sicuro, e tutti sono presi da una specie di grande paura, che la prossima volta potrebbe toccare a chiunque .”
“Alla lunga queste paure sono più efficaci di qualunque atto, di ogni giudice, indeboliscono tutti i meccanismi più comuni di difesa che abbiamo come singoli e in gruppo, addirittura ci portano e ci inducono uno scetticismo sulla loro efficacia.”
E si allungavano nella passeggiata i due, commentando quanto il clima di terrore che si era creato pian piano con gli incendi minasse ogni sforzo dei contadini alla base e creasse in loro un clima di sfiducia.
“Sembra che qualcuno stia scrivendo la trama per un film o per uno sceneggiato televisivo” ricominciò il farmacista, guardando l’avvocato dall’alto.
“Bah, a me questa trama sembra sempre la stessa, quella dei prepotenti che in ogni modo vogliono spuntarla e si servono di tutti i mezzi e alla fine la spuntano perché scoraggiano chi li vuole contrastare e ti portano via via sempre verso la disperazione. E’ una storia frequente che si ripete in ogni parte del mondo e della quale tutti già sanno gli sviluppi e la conclusione.”
Il farmacista lo ascoltava in silenzio.
“La sanno tutti certo la storia, come va a finire- proseguì l’avvocato - ma continuano ad attaccarsi ai fili delle speranze, che un colpo di scena inaspettato possa modificarla.”
“Certo che lasciarsi andare alla disperazione come se tutto già fosse stato deciso non può essere, in ogni storia ci deve essere un margine per l’imprevedibile, altrimenti non ci sarebbero prospettive per i più deboli, e questo continuo alternarsi di lotte e tensioni sta a dimostrare proprio....”
“Proprio cosa? Che forse tu credi davvero che la strada che da secoli percorriamo tutti si possa modificare? Che la storia non sia già scritta in un copione che è a tutti noto anche nelle virgole? Andiamo, Cesare, certo che ci sono dei cambiamenti, ma credi davvero che essi incidano poi tanto e che la storia non segua il suo percorso naturale, che è quello che alla fine scrivono i vincitori?”
“Quello che io credo non penso che abbia molta importanza per te, ma non puoi a priori dire come andrà a finire una qualsiasi questione, come se già tutto fosse scritto e deciso, perché allora non avrebbe significato qualunque lotta e dovrebbe prevalere sempre su tutto la grande signora rassegnazione.”
“E che cosa aspettano tutti allora, se non un colpo di scena che cambi tutti i punti di vista e che modifichi la prospettiva per ognuno dei protagonisti. Vedi ogni storia ha bisogno di un colpo di scena, ma quello arriva oppure non arriva. E se non arriva, la scena rimane la stessa, non cambiano le prospettive, senza di quello le cose vanno come sanno già tutti.”
“Allora, che fare? Rassegnarsi , dici, in attesa di un eventuale colpo di scena: E perché abbandonare la lotta? Se quel cambio inaspettato potrebbe venire, prima o poi?”
“Ma io non dico che bisogna rassegnarsi, stavo dicendo che senza un evento inatteso le cose vanno come debbono andare e per questo qui mi sembra una storia già scritta più volte.”
Un fulmine squarciò il cielo e il rombo di tuono echeggiò per le strade del paese.
“Ecco, vedi , un inaspettato colpo di scena. Lo spettacolo cambia. Si ricomincia da capo” fece Cesare il farmacista.
“Certo, un fulmine ci vorrebbe, per cambiare la storia”
“Ma chissà quante volte arrivano fulmini anche a ciel sereno e noi non li teniamo in considerazione e tu ti metti a filosofare sui colpi di scena che ci vorrebbero e non te ne accorgi che ci sono in continuazione...”
“Non credo che sia così, un colpo di scena è un’altra cosa che un fulmine, è qualcosa che porta tutti in un’altra storia, non basta un fulmine a modificare tanto profondamente la realtà.”
“Eppure un fulmine è qualcosa di formidabile!” insisteva il farmacista.
“Ma se non colpisce nulla e se non crea conseguenze diventa un ricordo piccolo piccolo e dopo qualche minuto scompare anche dalla memoria......”
“Insomma, un fulmine deve essere devastante per entrare nella storia.”
“Certo, così è per tutte le cose.”
“E tutti i fulmini che non devastano è come se non ci fossero mai stati, allora?” insistette Cesare.
“Beh, non sono io che l’ho deciso”
“No che non sei tu, ma il fulmine c’è stato e qualcosa è successo.........”
“E che cosa, spiegamelo, perché se non ha fatto danni nessuno se ne ricorderà mai più!?”
“Ma tu credi che soltanto quei ricordi che stanno scritti nei libri hanno importanza? E tutte quelle sfumature, tutti i particolari che non sono scritti, non hanno avuto forse la loro importanza anche loro?.”
“Non lo so, questo è un grande interrogativo, io non sono in grado di guardare a fondo in quello che non sta scritto, vedi noi siamo troppo influenzati da tutto quello che ci viene dal nostro sapere, per cui non ci possiamo facilmente misurare con quello che non ci viene da quella fonte. E che il nostro sapere possa essere influenzato dal punto di vista di chi ce lo ha portato, certo questa è la vera questione che bisognerebbe affrontare, perché possiamo aver dimenticato qualche particolare, qualche sfondo....”
“Non credo che noi dimentichiamo qualche sfondo, se ci dobbiamo solo rassegnare e non riusciamo a vedere più le lotte quotidiane di ognuno; se tutte le vite ci sfuggono, come qualche cosa di insignificante, che non ha lasciato tracce sui libri o nel sapere...ma quale sapere è questo se non si ricorda dei nostri antenati e se ci fa dimenticare subito un fatto se non ha provocato dei disastri? Quello che noi ci portiamo è un sapere di vittorie e di guerre, ma noi non abbiamo solo quello, abbiamo altro....”
“Certo, questa storia della terra è intensa, è piena di tanti ricordi,” disse l’avvocato “ però c’è questa forza che ha dalla sua il potere, non si può nascondercelo, il potere reclama la terra sempre e per la terra si sono combattute tante guerre...”
“Sì, tutte le terre grondano del sangue che è stato versato per loro; ma oltre al sangue sono piene del sudore di chi le ha coltivate ed hanno il segno dell’amore con cui sono state trattate. La terra senza coltivazione si perde, diventa un oggetto come un altro, una merce qualunque; la terra è smarrita, e gli uomini anche.”
“E’ giusto, non ha senso una lotta per la terra per smettere di coltivarla, è una follia vera e propria! Ma cosa vuoi, Cesare, sembra che la follia aleggi sulle nostre strade e la faccia da padrona nelle nostre vite..”
“Certo, noi siamo su questa terra e ne sentiamo la forza, ma cosa sentiranno i nostri figli quando la terra avrà perduto ogni suo significato? Noi oggi possiamo ancora capire che tutto ha origine e fine nella terra, ma domani questo non sarà più vero e mi sgomenta il solo pensiero!”
“La terra stessa penso che sarebbe colpita da questa grande follia.” fece l’avvocato.
“E i grandi segreti che la terra porta con sé sarebbero perduti, per tutti, una volta per sempre..”
“Beh, si potrebbe sempre ricominciare, riprendere la storia da capo........”
“Mah, per quello che ne so io, finora abbiamo detto tante di quelle cose che adesso penso che abbiamo bisogno di smaltirle, abbiamo sonno , almeno io”.
L’avvocato non obiettò. Erano ambedue stanchi e vicini alle rispettive mete e si salutarono.
Capitolo quinto
La memoria aveva ripreso i suoi punti fermi e era straordinario come i ricordi scorressero precisi e rapidi nella mente di chi fino a poco prima era confuso e non riusciva a ripercorrere alcuna strada dei suoi ricordi. L’avvocato pensò per un attimo come straordinariamente la questione della causa agraria e la storia di quell’amore si organizzassero così bene nella sua memoria da fargli apparire insieme i loro particolari nei dettagli.
E guardandosi intorno e vedendo il disordine che regnava nel suo studio, si stupì come ora la sua memoria riprendesse tutti i fili e organizzasse ordinatamente i suoi ricordi.
Forse la nuova fiducia da cui era stato preso nel leggere la lettera creava un nuovo ordine nella sua mente. La fiducia e la speranza hanno una stretta connessione con l’ordine, pensò.
Diede un’occhiata all’orologio che segnava la dieci meno venti.
Luca e Concetta. Una storia di amore che egli non aveva ben capito quanto fosse stato esplicitato, quanto fosse stato dichiarato apertamente , quanto avesse potuto essere espresso.
Ma era quello di Luca e Concetta un amore contrastato da vari fattori, compresi quelli cosiddetti ambientali, cioè la stessa comunità che da una parte tracciava la storia di un cammino quasi prestabilito e dall’altra frapponeva gli ostacoli più disparati .
Luca sentiva questo ostacolo in più, che era il più forte, era il muro delle dicerie, delle parole che passavano e lasciavano le loro tracce e si inserivano come barriere che impedivano ai due giovani spesso soltanto di guardarsi. E così era stato anche alla riunione dei contadini. Luca aveva potuto solo accorgersi di sfuggita della presenza di Concetta, ma non aveva osato posare il suo sguardo su di lei. L’avvocato ricordava bene con quanta emozione e con quanto riserbo gli aveva parlato di quella presenza, che egli aveva bene annotato nei suoi appunti.
E che aveva capito che Luca soffriva molto per questo difficile contrasto e che non riusciva a capire cosa potesse fare per superarlo.
E che doveva esserci qualcosa di molto profondo tra lui e Concetta, quello di cui tutti parlano e che nessuno sa definire, un’attrazione misteriosa che porta gli uomini e le donne a cambiare le loro vite.
Un amore insomma nato sotto tanti auspici ma con tanti contrasti che non lo lasciavano esprimere in alcun modo.
Luca ci si ammalò. Cominciò a dimagrire vistosamente, ed il medico cui si rivolse lo visitò e lo fece sottoporre subito a svariate analisi.
La prima idea del dottore fu quella del diabete per cui ordinò a Luca dapprima un semplice esame della glicemia, poi visto che l’esame non dava risultati degni di nota, gli fece fare un’analisi della curva glicemica, per cui una mattina Luca andò nel laboratorio di analisi dell’ospedale e si sottopose a sette prelievi di sangue ciascuno mezz’ora dopo il precedente e dopo aver ingurgitato un beverone di zucchero.
Ma anche questa analisi risultò negativa e la glicemia era perfettamente normale.
Per cui il medico escluse l’ipotesi del diabete e pensò a qualche problema ghiandolare, per cui cominciò ad interessarsi alla tiroide e alla possibilità di un suo cattivo funzionamento.
Esclusa la tiroide, che funzionava perfettamente, almeno secondo le analisi, il dottore si accorse che Luca deperiva e aveva una febbriciola persistente.
Allora lo sottopose a diversi esami per verificare se ci fosse un’infezione, ma non ne trovò traccia.
Al che gli ordinò di farsi fare una tomografia assiale computerizzata total body, esame che fu eseguito e che non rivelò problemi da nessuna parte dell’organismo.
Il dottore non si arrese e disse che questo probabilmente era un problema psicologico, tanto che consigliò a Luca di farsi vedere al più presto da uno psichiatra del più vicino centro di salute mentale.
Nel frattempo, mentre il dottore cercava disperatamente l’origine della patologia e non ne veniva a capo, Luca peggiorava e non aveva più forze per stare in piedi, al che il medico gli consigliò un periodo di riposo a letto.
Bisogna dire che il medico stava facendo quanto era nelle sue possibilità ma non riusciva a trovare il problema che faceva soffrire Luca.
Si era consultato con diversi colleghi che lo avevano indirizzato tutti verso le strade che lui aveva già provato senza riuscire ad ottenere risultati.
Intanto per sicurezza aveva sottoposto Luca ad un trattamento farmacologico a basi di punture di un preparato generico contro gli stati di deperimento psico-fisico, ma i risultati non si vedevano e Luca era sempre più debole, sudava al minimo sforzo e cominciò ad avere problemi anche con il mangiare, perché non gli riusciva di deglutire facilmente e spesso rischiava di strozzarsi, per cui non mangiava quasi niente. Il medico ordinò allora subito un trattamento di sostegno con soluzioni glucosate in fleboclisi, e così un’infermiera andava e veniva dalla casa di Luca per la terapia.
E nel paese cominciò a serpeggiare una grossa inquietudine per le sue condizioni di salute.
Tanto che la preoccupazione cominciò ad ingrossarsi come un fiume in piena e non si parlava d’altro, forse perché molti si sentivano anche in colpa.
E poi Luca era il portavoce della comunità nella questione agraria, e questa situazione rischiava di avere serie ripercussioni su di essa. Chi avrebbe parlato ora con l’avvocato? Chi avrebbe potuto far capire le ragioni dei contadini, ora?
E molti cercavano di andare a visitare Luca, ma lui si affaticava troppo, per cui le visite ad un certo punto furono fortemente limitate. Comunque, tutti quando passavano nei pressi della casa di Luca badavano a ridurre al minimo i rumori: le macchine quando passavano nei paraggi rallentavano e qualcuno addirittura spegneva il motore e proseguiva a folle per quanto poteva e poi ripartiva cercando di sgattaiolare in silenzio; per non parlare delle motociclette, che non passavano più nei paraggi.
Qualche pia donna andò a sollecitare un intervento del parroco, Don Pasquale, che dapprima disse seriamente che la cosa non lo poteva riguardare, essendo lui un sacerdote e non potendo sostituirsi ai medici; ma di fronte all’insistenza delle pie donne che reclamavano in ogni modo un suo intervento, Don Pasquale si lasciò convincere a fare una visita a Luca sia per accertarsi delle sue condizioni sia per dare qualche consiglio spirituale.
Era un sacerdote pratico e si infilò così nella stanza del giovane.
Luca era sempre più debole e alla vista della tonaca, che peraltro vedeva annebbiata contro la parete nella penombra, non riconobbe Don Pasquale e comunque si impressionò moltissimo ed esclamò :
“Sacramento, è finita allora…." pensando che il prete fosse stato chiamato per l'estrema unzione e pensando terrorizzato che era arrivato il momento: Don Pasquale sentì flebile quella parola , sacramento, ed allora si avvicinò al giovanotto, sicuro che egli volesse un sacramento e che era senza dubbio quello della confessione, per cui peraltro lui voleva indossare la stola, ma pensò che poteva anche farne a meno, ed incominciò facendo il segno di benedizione con la mano destra.
“Sacramento, sacramento!!!...." fece Luca sempre più agitato e Don Pasquale gli disse di stare tranquillo, che il sacramento lo stava impartendo, e Luca allora lo guardò come per chiedergli qualcosa, e quello gli chiese da quanto non si confessava, e Luca che continuava ad esclamare : “Sacramento!!..", e Don Pasquale, sicuro del fatto suo, che proseguiva con la stessa domanda e poi ad un certo punto lo sgridò, perché era lui che faceva le domande e Luca continuava a dire la stessa cosa e non gli rispondeva, e insomma se non si voleva confessare lo facesse capire, ma comunque avevano cominciato e bisognava portarla a termine quella benedetta confessione volente o nolente, perché era un sacramento e coi sacramenti non si poteva scherzare.
E così con Luca da una parte che si era impressionato e non capiva più niente e Don Pasquale dall'altra che si era intestardito e voleva andare avanti e conoscere i suoi peccati, sicuro come era che proprio da quei peccati derivasse quel male oscuro di cui nessuno riusciva a venire a capo e che stava mettendo in ansia tutta la comunità.
Don Pasquale era anche un poco innervosito, perché era sicuro che poi bene o male la questione gli sarebbe ricaduta addosso, perché i peccati avevano la loro influenza , secondo lui, non solo su chi li commetteva, ma anche su chi li doveva conoscere e prima o poi il cumulo dei peccati confessati gliela avrebbe fatta pagare tutta insieme proprio a lui, perché si stavano mettendo insieme a fare un fiume che quando meno te lo aspetti sarebbe uscito dall'argine e avrebbe travolto proprio lui mettendolo in seria difficoltà.
E non capiva come quel giovane da una parte gli chiedesse il sacramento, dall'altra poi non andasse avanti e non gli dicesse i peccati, che poi si sarebbero sommati a tutti gli altri a fare quel fiume che lui temeva.
Per cui da una parte Luca, sempre più terrorizzato, dall'altra Don Pasquale nervoso ed indignato e stava diventando uno scontro senza fine, quando entrò la madre di Luca e disse a Don Pasquale:
“Abbiate pietà, Don Pasquale, vedete come si è ridotto, non capisce più niente, e dire poi che stiamo tutti nelle sue mani…per i terreni questo è…. però è terribile questa situazione, non si capisce niente, non si sa più a che santo votarsi .........."
e Don Pasquale stizzito perché la confessione era stata interrotta da terzi e a questo punto doveva essere sospesa:
“ Certo che non si capisce niente, perché qui avete perduto la fede, e in questa casa non si prega come Dio comanda, e chissà dove si andrà a finire, il peccato avrà la meglio…e poi ….."
“Ma che dite, Don Pasquale, noi siamo tutti timorati di Dio, e ci confessiamo e comunichiamo regolarmente, Lei questo lo sa bene!"
“ E si vede, certo, quanto siete in grazia di Dio, si vede eccome… io ci stavo provando a rimetterlo in contatto con Nostro Signore, ma lei mi ha interrotto mentre stavo celebrando un sacramento….."
“ Sì, è vero, Don Pasquale, mi scusi tanto ma… io sentivo che Luca parlava di un sacramento……."
“ Sacramento, sacramento, è finita !..." fece Luca con voce flebile.
“ Stai tranquillo, è finita, non si può proseguire la confessione ...." fece Don Pasquale con voce severa.
“ E' finita Luca, tranquillizzati ora ....puoi stare più tranquillo.... " gli confermò la madre.
Luca perse i sensi.
Quando si riprese c'era vicino a lui Don Pasquale, che nel frattempo, per sicurezza lo aveva assolto da tutti i peccati ed ora era più tranquillo e meno severo, e che comunque lo esortava ad una vita più semplice e soprattutto più casta, e che doveva rivolgersi senza paura al Signore, e che con la preghiera avrebbe risolto tutti i suoi problemi, proprio perché la castità e la preghiera erano le vie che lui doveva percorrere per uscire da quei tormenti e per rendere migliore la sua anima.
Luca ora lo ascoltava con un po' di attenzione, anche perché aveva dimenticato la paura per cui era svenuto e non comprendeva bene il significato di quella visita che riteneva una visita di cortesia come le altre e sentiva quegli inviti e quelle esortazioni con una certa meraviglia, anche perché da un po' di tempo non vi era più abituato, ma comunque capiva ben poco di quello che gli diceva Don Pasquale. Il quale uscì da quella casa dopo un po' sicuro di aver aggrovigliato di più ancora la sua situazione personale rispetto alla piena di peccati di cui temeva che gli effetti dirompenti prima o poi lo avrebbero travolto.
Capitolo sesto
Le condizioni di Luca non miglioravano e tutti erano abbastanza preoccupati.
Qualcuno cominciò a parlare della necessità di un esorcismo, altri dicevano che qualcuno gli aveva fatto una fattura, qualcuno parlò apertamente di malocchio.
Che poi era un sospetto diffuso, ma nessuno finora ne aveva parlato con franchezza.
Quando cominciarono a circolare queste voci, ci fu una riunione di famiglia e si discusse a lungo. I genitori erano contrari a rivolgersi alla fattucchiera per togliere il malocchio, perché insistevano che era troppo cara e non si sapeva se ci sarebbe riuscita, che tante volte aveva fallito, e che poi chissà se era una questione d'amore o davvero c'era il malocchio.
Insomma i genitori di Luca si mostravano incerti, ma di fronte c'erano tutti i parenti che insistevano, che dicevano che erano senza cuore, perché per dimostrarsi superiori erano capaci di lasciarlo morire, per cui dopo poco si decise di far venire la fattucchiera da Pico, che era la fattucchiera tra le meno esose e quella che aveva una discreta fama. D'altra parte, portare Luca a Pico era impossibile, e non si poteva pensare che potesse agire con delle fotografie.
Per cui fu mandato uno zio a parlarle, e si concordò il prezzo, dopo la descrizione dettagliata del caso.
Un sabato sera, come concordato, la fattucchiera , che si faceva chiamare Adelia, arrivò con la macchina, accompagnata da una donna che le faceva da assistente.
Furono accompagnate subito in casa, perché si voleva mantenere la cosa segreta, ma l'arrivo delle due donne fu notato dai vicini e non passò certo inosservato e d'altra parte la notizia che doveva venire la fattucchiera da Pico circolava da giorni e c'erano persone che pensavano che sarebbe venuta certamente di sabato chissà perché lo sapevano prima comunque l'attesa aveva preso da un bel pezzo gran parte del paese.
L'Adelia fu ricevuta con grande cortesia, le furono offerti dei dolci che lei non rifiutò e anche la sua assistente non faceva complimenti.
Si stabilì subito un clima sereno di fiducia nel suo operato, anche perché l'Adelia non parlava molto, sorrideva sicura e ispirava grande tranquillità.
Dopo questi convenevoli, necessari per instaurare il rapporto, l'Adelia si fece portare nella stanza di Luca e pretese di rimanere sola con lui, facendo uscire anche la sua assistente.
L'Adelia cominciò a guardare Luca in modo strano, guardandolo tutto nei suoi lineamenti, poi concentrò lo sguardo sul cuore e prese una posizione di lotta, come quella dei lottatori di judo, e fissava con intensità Luca, che la guardava meravigliato e incuriosito insieme. Dopo alcuni minuti l'Adelia chiamò la sua assistente e disse che non c'era fattura, che non c'era malocchio, ma che si trattava di problemi di turbe d'amore non corrisposto e che la soluzione possibile sarebbe stata quella di far bere un filtro d'amore alla persona amata.
L'assistente allora convocò lo zio di Luca e comunicò la notizia.
Poi furono ammessi anche gli altri parenti e però per non creare troppi problemi al malato e per poter parlare liberamente si trasferirono tutti subito dalla stanza.
Fu offerto del vino e cominciarono allora a chiedere come avrebbero potuto fare per il filtro, per farlo bere .
L'Adelia fu perentoria, per questo non aveva soluzioni, dovevano riuscirci loro in un modo o nell'altro, lei avrebbe preparato la pozione cioè il filtro magico, stava a loro trovare il modo per farlo bere.
Le fu chiesto se poteva berlo qualche altra persona, ma lei fu categorica anche stavolta: solo l'amata, cioè colei che creava il problema d'amore doveva bere il filtro, altrimenti la situazione sarebbe precipitata se l'avesse bevuto qualcun altro.
Siccome il problema della somministrazione non era di facile soluzione, cominciò tra i familiari a serpeggiare qualche dubbio, e ci fu qualcuno che voleva sapere come mai lei era sicura che non si trattasse di una fattura, al che l'Adelia disse risolutamente che era una questione di fiducia, o si credeva a quello che lei percepiva, altrimenti la situazione sarebbe potuta peggiorare e di molto, e che bisognava fare al più presto come diceva lei per evitare guai peggiori.
Nessun dubbio allora fu più sollevato e rimasero d'accordo sulla preparazione del filtro d'amore che lo zio di Luca sarebbe andato a prendere direttamente a Pico due giorni dopo, che loro avrebbero trovato il modo di farlo bere all'amata e che avrebbero dato notizie al più presto sui risultati all'Adelia. Che si allontanò risalendo poi sulla macchina dalla quale era scesa insieme alla sua assistente.
Occhi indiscreti avevano visto e il giorno dopo i familiari di Luca furono consultati da diversi compaesani che volevano avere notizie e molti non erano d'accordo sulla diagnosi, per alcuni c'era stata una fattura, per altri si trattava di vero e proprio malocchio e per poco non fu indetta un'assemblea per decidere sulla questione, il fatto è che tutte queste discussioni e l'inaspettata pubblicità avevano sollevato diversi problemi sulla questione della fiducia nell'Adelia, che telefonò di lì a due giorni dicendo che nessuno si era fatto vivo e che restava stupefatta, che gli accordi andavano rispettati altrimenti sarebbero arrivati guai peggiori e minacciando mali oscuri e imprevedibili riattaccò il ricevitore.
I familiari di Luca si ritrovarono nello sconforto più totale perché ora oltre al problema di salute di Luca si aggiungevano le oscure minacce della fattucchiera che poi dopo tutto non era tanto lontana.
Il dubbio che comunque ci fosse il malocchio si era insinuato a fondo e la fiducia nella indicazione dell'Adelia stava svanendo; anche perché non sembrava che questo fosse un problema d'amore e forse non volevano ammettere che fosse un mal d'amore.
Ci doveva essere qualcos'altro.
I vicini e le dicerie che si erano sparse avevano un bel peso e poi c'era qualcuno che parlava tanto bene di una fattucchiera cartomante televisiva che si faceva chiamare Morgana, e che operava alla luce del sole tutti i giorni o meglio tutte le sere dallo schermo televisivo. Contattarla era molto semplice; bastava telefonare ad un numero telefonico e ci si metteva in fila e quando era il tuo turno la maga avrebbe letto le carte.
Senza alcun indugio anche perché la situazione non lo permetteva più allora la famiglia interpellò quel numero e dopo alcuni giorni in diretta televisiva la Morgana parlò del caso di Luca e senza perdere tempo chiese la data di nascita e anche l'ora della nascita e disse che non si poteva parlare con le carte senza sapere il segno e l'ascendente.
Allora i familiari le dissero tutto subito; la Morgana allora con un bel sorriso disse che Luca era dei Pesci con ascendente Acquario, e che la cosa non dava buone indicazioni, perché i due segni potevano portare il soggetto a dei contrasti difficili da sanare con sé, ad una specie di prigionia della persona che però poteva riuscire ad uscirne e che l'armonia sarebbe venuta con un incontro con una Gemelli ascendente Scorpione.
Di fatto la fattucchiera televisiva toccava il problema da vicino con un contatto astrologico e indicava una via per arrivare ad una soluzione. Quanto cara fosse la soluzione sotto tutti gli aspetti e per tutti sarebbe stato svelato in seguito.
L'avvocato prese a riflettere su questo aspetto , che gli era stato raccontato nei particolari da Luca qualche tempo dopo, quando si era ripreso ed era uscito da quel grave malessere misteriosamente, come misteriosamente vi era precipitato. E si ricordò di quanto anche la moglie si fosse preoccupata per Luca in quel periodo.
Il ricordo della moglie lo accolse con tenerezza. Intanto era contento dei miracoli della sua memoria e del ricordo preciso della storia. Luca gli aveva raccontato tutti i dettagli quando avevano ripreso i loro colloqui che dovevano riguardare la questione agraria
Per la quale nel frattempo era arrivata una sorpresa per tutti. Tutte le dodici famiglie coinvolte avevano ricevuto un atto giudiziario in quanto i Salinas si erano rivolti alla magistratura chiedendo di ottenere il rilascio dei lotti e il risarcimento di tutti i danni.
Le udienze erano state fissate nello stesso giorno per tutti in quanto il legale dei Salinas aveva chiesto la riunione dei procedimenti per trattarli unitariamente. L'avvocato Intreccioli non aveva visto bene questa mossa, perché difficilmente tutti i possibili testimoni, che lui aveva pensato di portare sarebbero stati sentiti. Per cui aveva detto chiaramente di trovarsi di fronte ad un avversario molto astuto e comunque chiese a Luca dettagli sulle sue condizioni di salute che lo avevano preoccupato molto.
Capitolo settimo
Luca gli raccontò nei particolari la sua malattia , quanto si fosse impegnato il medico e come le sue condizioni fossero peggiorate tanto che i suoi familiari si erano rivolti al parroco e poi disperati alle fattucchiere; quanto le fattucchiere li perseguitavano in cerca di soldi; e come all’improvviso egli fosse migliorato e uscito da quello strano male, che però lo preoccupava molto perché si poteva ripresentare da un momento all’altro.
Luca pensava che era migliorato quando aveva cominciato a pensare intensamente alla questione agraria e quando gli avevano detto che i Salinas si erano rivolti ad un avvocato per preparare gli atti giudiziari. L’avvocato però gli chiese se capisse qualcosa di quel male, quale ne fosse l’origine, perché doveva trovare la causa per uscirne.
Luca si rattristò e gli disse che era tutta quella storia dell’amore, che lui ne era coinvolto dentro al cuore, che cercava disperatamente di uscirne, ma più ci provava più si sentiva come avvolto in una rete misteriosa, e che tutto derivava da quello, che lui stava sempre a pensare a quella Concetta come a qualcosa di inarrivabile, e che si diceva continuamente che non doveva pensarci più, ma che gli si era infilata dentro l’idea fissa, e che non riusciva a togliersela dalla mente. E che a volte sentiva che rischiava di impazzire.
L’avvocato gli chiese se tra lui e Concetta c’era qualcosa di più concreto, se si erano incontrati, se insomma avessero combinato qualcosa.
Luca ancora più addolorato gli rispose, molto imbarazzato ma con estrema vivacità, che no, che quella era una prigione nella quale si era ritrovato senza volerlo e senza fare nulla per entrarci, e sottolineò con forza quel nulla; che però quella situazione ora lo faceva ardere dentro, che lui la voleva ma sentiva anche che sarebbe stata la sua disgrazia e viveva in questo contrasto forte, da una parte il desiderio, dall’altra il timore addirittura il terrore. L’avvocato rimase titubante e non capiva.
E poi Luca gli disse che sentiva come la sua storia fosse simile a quella dei contadini per la terra, che loro volevano, ma non potevano avere e che sentivano di perdere dopo averla desiderata.
La similitudine piacque molto all’avvocato, che si rendeva conto di quanto forte fosse il legame con la terra e come esso potesse semplicemente essere paragonato ad una storia d’amore contrastato. Rimaneva però perplesso della vaghezza di quell’amore, che a quanto pare sembrava che non si fosse esplicitato fino allora in alcun modo. Si rese conto comunque della forza di quel contrasto e della situazione difficile che viveva Luca.
E fece una riflessione sulla risposta che Luca gli aveva dato, come l’amore a volte si scateni con la sua forza immane e prenda il cuore di un uomo o di una donna fino a coinvolgerlo totalmente e a farlo letteralmente impazzire forse anche senza un contatto fisico, senza che ci sia stato mai un incontro con la persona amata, e che forse proprio la difficoltà ad esprimersi nell’incontro gli dia maggior vigore, perché diventa una catena avvolgente che ti stringe e che ti opprime fino a toglierti il respiro. La forza della catena rispetto alla quale diventa difficile ogni tentativo di divincolarsi, anzi fa maggiormente danno il tentativo stesso.
E pensò alla poesia duecentesca, che esprime con la forza della parola questi stati d’animo, e ai tempi moderni che invece deridevano queste situazioni che egli invece riteneva drammatiche e molto frequenti.
E pensò che bisognava pure che ci fosse una qualsiasi soluzione rispetto a quel tormento, perché quel giovane cominciava ad amarlo come un figliolo e lo rattristava vederlo così fragile, così esposto ad un pericolo immanente.
Quel contrasto d’amore era qualcosa di troppo forte che presto si sarebbe ripresentato e avrebbe preso Luca e lo avrebbe stretto in una morsa terribile.
Bisognava uscirne in qualche modo, anche temporaneamente.
E si arrovellava cercando come si potesse uscire da quel labirinto. Pensò che un viaggio avrebbe potuto creare qualcosa di favorevole.
Sì, un viaggio , perché per uscire da un mistero bisogna entrare in qualcosa di misterioso e affascinante, che ci possa portare lontano, lontano, e rimettere a posto i nostri sogni, i nostri desideri, sciogliere per un poco almeno i contrasti.
Sì, per uscire da quel labirinto Luca aveva bisogno di un viaggio avventuroso, di vedere gente diversa, di vedere posti diversi, e allora cominciò a pensare a questo viaggio e si sentiva attratto dall’idea. L’avvocato disse a Luca che un viaggio poteva aiutarlo, e Luca obiettò che ci aveva pensato, ma primo non aveva denaro, secondo non credeva che un viaggio gli avrebbe poi risolto molto.
Ma l’avvocato insistette sulla possibilità del viaggio e disse che per il costo non si doveva preoccupare, che c’erano delle occasioni veramente accessibili e che lui volentieri gli avrebbe fatto un prestito. Che viaggiare è un po’ come sognare, e per questo lui riteneva che gli avrebbe giovato, perché il suo animo si sarebbe distratto da quelle ossessioni amorose con un altro diletto, il piacere del viaggio e le suggestioni che gli avrebbe lasciato.
E propose un viaggio in India, un posto lontano, diverso, un altro continente, un’altra terra, un altro linguaggio, tante cose da vedere, tante persone da incontrare.
Luca sorrideva e cominciava ad essere interessato. Poi dopo l’India avrebbe potuto visitare il Tibet, con le sue montagne altissime e con i suoi misteri spirituali, continuava l’avvocato.
“Io ci andrei pure, se servisse a farmi uscire da questa prigione,” fece Luca “ ma non me la sento e poi da solo mi troverei in troppe difficoltà, non ho mai viaggiato all’estero e così, di botto in India.....”
“Certo che ce la metti tutta a metterci degli ostacoli a questa mia idea, insomma sembra che tu vorresti ma poi....... sotto sotto ti piace crogiolarti in questo strano tormento, e invece devi uscirne fuori in qualche modo, Luca, non puoi lasciarti andare....”
“Ma da solo resterei attaccato, posso pure fare diecimila chilometri, ma da solo..... non ne avrei alcun vantaggio, anzi.....”
L’avvocato allora cominciò a pensare che non poteva lasciarlo solo in questa avventura, anche perché sentiva che avrebbe corso qualche altro pericolo, e pian pianino cominciava a pensare di accompagnarlo in quel viaggio, che lo affascinava, perché nell’India misteriosa avrebbe trovato qualche risposta ai grandi interrogativi che si poneva ogni tanto: un’altra civiltà, lontana e diversa, tutta da scoprire, e magari capire qualcosa di più sulla vita e sui suoi misteri.
Pensò che non era facile che lui abbandonasse tutto per un viaggio, che c’erano gli impegni di lavoro, che c’era la sua famiglia. Ma quell’idea lo affascinava, e gli impegni di lavoro poi non erano così pressanti e di nessun impedimento, tutto sommato, perché si sarebbe fatto sostituire dal suo caro collega che gli doveva anche ricambiare dei favori che lui gli aveva fatto. E quanto alla famiglia, dapprima pensò di portare la moglie, poi lo escluse, perché anche lui aveva bisogno di ritrovare un pochino della sua interiorità e pensò che la moglie non si sarebbe opposta in alcun modo e che non c’erano ostacoli a che partisse anche lui. E allora si guardò intorno con coraggio.
“Luca, io verrei volentieri con te, se tu me lo permetti...........”
“Ma come, sta facendo tutto Lei, avvocato, io che cosa dovrei permettere?”
“Luca, dovresti permettermi di accompagnarti in questo viaggio!”
“Ma allora Lei ha già deciso tutto.........”
“Vedi Luca, tu hai bisogno di uscire per un po’ da questa storia ed anche io sento lo stesso bisogno, di svagarmi, di trovare qualcosa di nuovo, di arricchire un poco la mia vita, di ritrovarmi con me stesso lontano da qui......”
“Anche Lei, avvocato, ha i contrasti d’amore?”
“No, io ho altri problemi, legati alla mia vita e alla mia età, non è di amore che si tratta, vorrei uscire per un po’ per tornare rinfrancato, solo questo”.
Luca acconsentì al viaggio insieme. E allora lo prepararono nei dettagli: sarebbero andati in aereo fino a New Dehli e poi pensarono ad un viaggio in treno al Nord fino al Kashmir. Il viaggio sarebbe durato due settimane in tutto.
In Tibet non ci sarebbero andati, perché l’idea del viaggio in treno era affascinante e tra andata e ritorno ci sarebbe voluta una settimana solo per quello. L’altra settimana avrebbero girovagato per le zone vicine alla capitale. E cominciarono a preparare il viaggio nei dettagli. Consultando una guida turistica dell’India, che l’avvocato ebbe da un’agenzia di viaggi.
Capitolo ottavo
L’orologio segnava la dieci e un quarto.
L’avvocato ricordò con quanta meticolosità ed energia si erano messi a preparare quel viaggio dal quale entrambi aspettavano grandi novità.
I preparativi durarono una settimana, in cui si incontrarono tre volte. Avevano deciso tutto, e l’avvocato allora comprò i biglietti e si diedero appuntamento alla stazione Termini da cui avrebbero preso il mezzo per l’aeroporto.
Era di giovedì e l’avvocato aspettava Luca alla stazione. Luca sarebbe arrivato con il treno delle 9,40.
Fu annunciato un ritardo di una ventina di minuti, ma non c’era da preoccuparsi, erano in largo anticipo.
Il treno arrivò ma non c’era Luca.
L’avvocato cominciò a preoccuparsi ma pensò che forse aveva perduto il treno o che per qualche motivo diverso si sarebbe presentato seppure in ritardo. Se ci aveva ripensato avrebbe dovuto farlo prima e comunque rimase alla stazione ad aspettarlo, dopo aver telefonato a studio e detto alla sua segretaria che se arrivavano telefonate ne prendesse nota nei minimi dettagli e che forse sarebbe arrivata una telefonata da Luca De Francesco.
Aspettò oltre un’ora, arrivò un altro treno, ma di Luca nessuna traccia. Ormai il viaggio era a rischio e l’avvocato prese il bus per Fiumicino, con la speranza di trovare Luca all’aeroporto.
Ma anche lì l’ultima sua speranza cadeva.
E allora si decise a telefonare ai familiari di Luca.
E venne a sapere che proprio quella mattina Luca era stato arrestato.
L’avvocato si precipitò a Fondi, dove giunse nel pomeriggio e venne a sapere che Luca era accusato di omicidio, che il nonno di Concetta Fiorelli, Guglielmo, era morto il giorno prima in ospedale dopo un giorno di straziante agonia, che si parlava di veleno e che Luca era fortemente sospettato.
Dai giornali l’avvocato apprese che Guglielmo Fiorelli era morto per aver ingerito un bicchiere di latte in cui era stato messo del veleno per topi; che le indagini erano state subito serrate e si erano subito indirizzate verso Luca. Che la mattina del fatto aveva fatto visita alla vittima, e che poi si preparava a fuggire in India.
I giornali davano grande spazio nella cronaca locale alla notizia ed esaltavano le capacità degli inquirenti che erano stati in grado di risolvere il caso in poche ore.
L’avvocato allora prese la decisione di vedere di persona Luca ed andò a visitarlo nella Caserma dei Carabinieri, in cui ancora si trovava.
Il colloquio durò pochissimo perché Luca doveva essere trasferito nel carcere ma questo dopo l’interrogatorio del giudice delle indagini preliminari, che ancora doveva aver luogo.
Luca proclamava la sua innocenza, diceva che era andato a trovare Guglielmo Fiorelli perché stava visitando tutti i contadini per la causa e che non ne sapeva niente, che poi era andato via normalmente dopo quel colloquio.
L’avvocato gli chiese se durante il colloquio avessero bevuto qualcosa e Luca disse di no.
L’avvocato si fece nominare difensore di fiducia e lasciò la nomina ai Carabinieri, che la formalizzarono.
L’interrogatorio avvenne il giorno dopo nella Casa Circondariale dove Luca era stato trasferito nella notte.
Egli era distrutto dagli avvenimenti e dall’accusa.
L’avvocato, cui fu comunicato per telefono, fu atteso. Nell’interrogatorio il giudice dopo aver chiesto notizie sulle generalità, sullo stato civile ed aver chiesto se aveva una casa di proprietà o altri beni immobili, disse a Luca che era indagato per l’omicidio in quanto c’erano indizi che egli avesse introdotto del veleno per topi in un bicchiere di latte che poi era stato bevuto da Guglielmo Fiorelli e che ne aveva causato la morte dopo atroci patimenti.
Luca si dichiarò innocente. Il giudice chiese a Luca se era andato dalla vittima. Luca rispose di sì, che lui era andato a trovarlo nella mattinata per parlare della causa agraria. Il giudice fece delle domande sulla causa agraria, per verbalizzare meglio il contenuto delle dichiarazioni. L’avvocato chiese per quali indizi si fosse proceduto così rapidamente all’arresto di Luca ed il giudice rispose che erano chiari, precisi e concordanti: la sua presenza sul luogo del delitto nell’orario che era stato definito dai medici legali; presenza accertata da testimoni e confessata dallo stesso indagato; e il movente, dato da parecchie persone del paese, che avevano riferito su una storia vecchia che riguardava un tentato furto di una zucca da parte di Luca.
Rispuntava la zucca.
Il giudice convalidò l’arresto e dopo alcuni giorni Luca fu trasferito nel carcere di Viterbo in attesa del processo.
L'avvocato intanto collezionava gli articoli che parlavano del fatto, e tutti mettevano in luce come le indagini fossero state rapide e brillanti da portare subito all'individuazione di Luca, e mettevano in luce come fosse stata una vendetta a seguito di un rancore serbato per anni a seguito di un tentativo di furto andato a finire male, e si dilungavano nella storia della zucca, riportata ai giornalisti da alcuni contadini.
L'avvocato aveva chiari dubbi su questo arresto così rapidamente eseguito, su come la storia della zucca potesse essere un movente valido per un omicidio ed era scandalizzato dal come facilmente si potesse arrivare ad incriminare pubblicamente, su tutta la stampa, una persona che a lui ora era cara e senza alcun rispetto per ogni presunzione di innocenza.
Così che il processo era ormai stato celebrato dalla stampa, che aveva già condannato Luca con un processo sommario.
Pensò che fortunatamente erano lontani da quei film western in cui i processi si facevano in piazza con la corda pronta, perché Luca, stando così le cose non avrebbe avuto scampo e sarebbe già stato impiccato.
Andò a visitare Luca, anche per cominciare a concordare la linea di difesa.
L'interrogatorio ormai era andato, ma lui aveva pronta un'istanza al Tribunale del riesame, in cui chiedeva che gli fosse restituita la libertà, mancando ogni presupposto per la misura coercitiva e non essendo sufficienti né chiari gli indizi su cui si era basato il giudice per convalidare l'arresto.
Luca si protestava innocente e disse che era andato a trovare il vecchio Fiorelli perché aveva necessità di parlare con tutti della causa agraria, che i suoi rapporti erano buoni e che ora era preoccupato più che mai per le ripercussioni che tutta quella storia della sua incriminazione avrebbe avuto nei suoi rapporti con Concetta Fiorelli.
L'avvocato lo ascoltò con pazienza, senza interromperlo, perché era la prima volta che aveva l'occasione di parlare da solo dopo l’arresto e gli serviva per formarsi delle convinzioni o comunque per districarsi, sentendo la sua versione ed il modo con cui gliela porgeva.
Per l'avvocato il modo era forse la più importante delle cose, perché lui poteva acquisire qualcosa da ogni forma della comunicazione di Luca, dallo sguardo, dalle parole messe insieme, dalle emozioni evidenti o nascoste.
L'avvocato esaminava con attenzione estrema il modo, ma il tutto con estrema discrezione, per farsi anche lui un giudizio, sul quale percorrere insieme la via della difesa.
Non ebbe l'avvocato il minimo dubbio sulla genuinità delle parole di Luca e tutta la vicenda gli sembrava inverosimile e lo confidò a Luca, che disse che peraltro avevano messo nel calderone anche il progettato viaggio e che anche lui, l'avvocato, finiva nel miscuglio delle loro congetture.
Luca appariva comunque sereno in quel colloquio, lui che era tanto fragile reagiva bene a quegli eventi.
Sembrava sopportare bene il carcere e non preoccuparsi troppo della situazione e questo da una parte lasciava un po' perplesso l'avvocato, dall'altra gli forniva invece un po' di fiducia rispetto alla sua forza d'animo.
L'avvocato gli parlò dell'istanza che avrebbe presentato e gli disse di non preoccuparsi ancora del rapporto con Concetta, perché ora avrebbe avuto altro a cui pensare.
Luca gli sorrise e gli disse che non poteva farci molto, ma lui era comunque preoccupato più per quello che per il resto.
Le visite in carcere si ripetevano, nel frattempo l'istanza per la liberazione era stata rigettata e l'avvocato aveva proposto un ricorso alla Corte di Cassazione.
Un giorno l'avvocato ebbe la sorpresa di sapere che Luca era già a colloquio con una signorina di nome Concetta Fiorelli.
L'avvocato la intravide di sfuggita mentre andava via.
Aveva una veste nera che ne evidenziava il corpo longilineo e i lineamenti aggraziati del volto, che era preoccupato e si vedeva. I capelli pettinati erano abbastanza coperti da un fazzoletto. Volse i suoi occhi scuri per un attimo verso l'avvocato, che colse in quello sguardo una invocazione, una preghiera che facesse quanto poteva, e colse anche tutto il dolore che poteva provare ora quella giovane. Colse anche una specie di disperazione nei suoi occhi, come se lei fosse entrata in una storia difficile dalla quale non riusciva in alcun modo a venir fuori.
Quando l'avvocato entrò da Luca si rese conto che era molto felice della visita che aveva appena ricevuto.
Gli disse che aveva visto di sfuggita questa benedetta Concetta, che finalmente l'aveva potuta vedere, e che le sue preoccupazioni rispetto a lei ora dovevano andarsene via. E Luca annuì.
Ci furono altre due visite di Concetta in breve tempo e Luca affrontava con serenità la situazione e si preparava al processo con una certa indifferenza anche perché diceva che se avevano delle convinzioni sulla sua colpevolezza, avrebbero dovuto portare almeno una prova. Questo era farina dell'avvocato, di cui si era appropriato.
Durante uno di quei colloqui, l'avvocato ebbe occasione di parlare con Concetta per qualche minuto prima che lei fosse ammessa al colloquio con Luca che lui aveva terminato.
Concetta gli apparve nella sua bellezza sebbene fosse preoccupata e lo dimostrasse. Era di corporatura slanciata ma non era magra od esile. Indossava anche questa volta una veste nera, che però era molto curata. Aveva capelli lisci e neri, ben pettinati, la fronte appariva nitida a presentare due occhi profondi e scuri, incorniciati da graziose sopracciglia; due belle gote rosee davano nel viso accoglienza ad una bocca piccola che si atteggiava ora al sorriso ora al broncio.
Composta nell'atteggiamento, quando parlava muoveva poco le mani che teneva ferme vicino al ventre.
L'avvocato capì che quella visita doveva avere un significato molto importante sia per Luca che per Concetta, che lui ora conosceva di fatto per la prima volta e dalla quale rimase impressionato favorevolmente anche dalla sincerità con cui gli espresse subito tutti i suoi problemi per visitare Luca e le ostilità che trovava in paese; anche perché le visite in carcere erano state commentate nei modi più vari, e se alcuni avevano messo in risalto il suo coraggio e la sua determinazione, altri ne avevano evidenziato la sfrontatezza, come lei non si fosse fermata neppure di fronte alla legge e quanto ora divenisse disdicevole che continuasse a sfidare le evidenze.
Anche perché lei era la nipote della vittima del delitto e di questo doveva tenere ben conto e si doveva schierare e non poteva stare invece a sentire altre voci ed altre corde.
E la storia delle visite in carcere aveva riempito abbastanza le chiacchiere della gente per cui il parroco si era sentito in dovere di sconsigliare vivamente Concetta dall'insistere in quel comportamento, perché portava forti turbamenti nella comunità.
E alle sue proteste che uno dei precetti di Nostro Signore era proprio quello di far visita ai carcerati, il prete rispose che questo doveva avvenire senza dare scandalo e se la gente se ne occupava tanto non era bene e che lei doveva tenere conto soprattutto di questo, dei commenti esagerati che se ne facevano in paese e per questo la sconsigliava vivamente, con tutta la sua autorità, dal continuare in quelle visite. Che avevano dei forti ostacoli pertanto, come aveva avvertito bene Luca.
Capitolo nono
Il processo in Corte d'Assise seguì a un anno circa dal fatto.
L'accusa portava i suoi argomenti sulla testimonianza di due contadini sulla visita di Luca e sul fatto che questa visita coincidesse con l'orario che i medici legali avevano presunto rispetto all'ingestione del latte con il veleno. La difesa dell'avvocato cercò di intervenire su questo punto in particolare, su questa coincidenza di orari presunti e orari certi, sulla mancanza assoluta di prove certe.
La battaglia che l'avvocato cercava ebbe luogo. Ma l'accusa era incalzante. Che ci fossero o mancassero le prove, c'erano indizi sufficienti, precisi e concordanti, insistette il Pubblico Ministero.
La replica finale della difesa fu che gli indizi di colpevolezza non potevano, quando erano tutti facilmente rimovibili da qualsiasi argomentazione contraria, intaccare la presunzione di non colpevolezza prevista dalle leggi. E che comunque, mancando le prove, che non c'erano, l'imputato doveva andare assolto. E così la Corte si ritirò per il verdetto e Luca appariva abbastanza tranquillo, e l'avvocato aveva fiducia.
Tra il pubblico c'erano i familiari di Luca.
Non era venuta Concetta Fiorelli della quale dal tempo dell’ultima visita di diversi mesi prima né Luca né l’avvocato avevano notizia, nonostante ogni tentativo fatto.
Luca e l’avvocato parlarono e Luca gli disse di essere rimasto impressionato dall’atmosfera strana di quel processo, che sembrava essere scivolato via senza grandi emozioni per tutti, solo lui aveva la sensazione di qualcosa di incombente e viva era la sua apprensione, mentre aveva avuto l’impressione di assistere ad un rituale in cui tutte le parole sembravano incontrarsi con un grande silenzio.
E l’avvocato lo tranquillizzò, dicendo che quello era un processo di Corte d’Assise, che le cose si svolgevano così da sempre e che non doveva lasciarsi intimorire dalla austerità del rituale.
Ma Luca insistette nel descrivere quel grande silenzio che egli aveva sentito lungo tutto il processo, rotto solo dal girovagare degli sguardi dei componenti della giuria, che si soffermavano ora sull’uno ora sull’altro dei presenti, ma che cercavano alla fine sempre lui, per cogliere qualcosa dal suo comportamento, per esaminarlo a fondo, per cercare con quest’indagare un po’ furtivo una risposta al grande interrogativo che avevano, se lui era colpevole od innocente; e che aveva sentito la pesantezza di quegli sguardi, perché lui non sapeva come gridare la sua innocenza in silenzio, e sentiva cadergli tutto addosso il dubbio che era nei giurati e nei giudici; e che quel silenzio non gli sembrava fosse stato toccato dalle parole, che quegli sguardi erano la cosa più importante e che non aveva un buon presentimento. L’avvocato rifletté su quella descrizione di un silenzio delle parole e si accorse che non aveva molto da dire sull’argomento, perché capiva quello che Luca aveva avvertito, cioè che nel processo le parole tecniche rompono poco un’atmosfera di grande perplessità che pesa su tutti, che è il dibattito che ognuno ha con sé sulla importanza del giudizio e di come ciascuno partecipi a questo in un clima del tutto particolare, tanto da cercare di restare indifferente a tutto e di cercare nei particolari qualcosa per rispondere all’interrogativo; e di quanto in effetti le parole si facciano sentire poco rispetto alle impressioni, quando si è costretti a giudicare qualcuno.
E pensò anche quanto nella freddezza di una sala della Corte di Assise si cerchi con l'austerità dell'ambiente e dei comportamenti di riportare tutto alle parole che però non riescono sempre a rompere questa atmosfera, e quanto Luca avesse avvertito questa sensazione, di parole poco potenti, che scivolavano via in un clima in cui tutte le sensibilità venivano attanagliate dall'importanza del giudizio e ne venivano fortemente diminuite.
L'avvocato cominciò poi ad incoraggiarlo anche perché nei giornali locali da diversi giorni c'era un forte interesse a questo processo e si poteva leggere a fondo l'incertezza che regnava sovrana e il dibattito tra colpevolisti ed innocentisti.
La stampa evidenziava quanto fosse forte l'interrogativo sulla innocenza o sulla colpevolezza e se nei primi momenti dopo il fatto erano stati i giornalisti proprio a celebrare un processo prematuro cavalcando sulla presunzione della colpevolezza di Luca, ora mettevano in risalto tutti i dubbi che affioravano aspettandosi che qualcosa venisse a scioglierli e comunque prendendo una posizione molto più incerta.
Soprattutto rispetto all'argomento che era il fondamento dell'accusa che Luca avesse covato per anni dei rancori tali da spingerlo ad un così scellerato delitto.
E che la questione della zucca risaliva a tempi passati, per cui molti ponevano dei forti dubbi sulla validità delle accuse.
Luca era poi molto preoccupato dell’assenza da tanto tempo di Concetta, perché la sentiva come un’indicazione precisa nei suoi confronti.
Su questo l’avvocato cercò di tranquillizzarlo, dicendo che era ben comprensibile che lei non fosse venuta al processo, ma ricordandogli che era andata a trovarlo diverse volte in carcere, al che Luca annuì e in qualche modo si rasserenò.
La Corte si ripresentò dopo appena due ore con il verdetto di condanna a venticinque anni di reclusione per omicidio premeditato, considerate le attenuanti generiche.
Il verdetto ruppe quel silenzio e fu assordante per Luca, che si rese conto che i suoi presentimenti erano fondati e si lasciò andare ad un pianto dirotto.
Quello che era stato un forte dibattito sulla stampa locale fu come sotterrato dalla forza della condanna, per cui i commenti furono inesistenti o quasi, perché i giornalisti non se la sentivano di esprimere nuovamente i loro dubbi ora che la forza della legge si era espressa.
Nel paese avvenne un po' la stessa cosa e Luca ormai era stato condannato dalla Corte e bisognava prenderne atto e da molto tempo addietro si era determinata la convinzione diffusa che fosse bene che la storia tra lui e Concetta finisse definitivamente.
Di fatto dopo l’ultima visita in carcere, quella in cui si era incontrata con l’avvocato, diversi mesi prima, Concetta era stata oggetto di fortissime critiche e il parroco le disse che lui l'aveva avvertita, che lo scandalo si era fatto insopportabile e che lui non poteva tollerare quegli schiamazzi e ribadì quel suo avvertimento, che bisognava che lei si tenesse lontana da Luca.
Tanto che si spinse addirittura a consigliarla di trovare in un convento quella pace che non riusciva a trovare fuori e alle sue proteste che lei non aveva alcuna intenzione di farsi monaca a dire:
“ Meglio monaca che eternamente tormentata e chiacchierata....". Parole di una certa forza, che portarono Concetta verso uno stato di prostrazione e via via verso una vera e propria disperazione.
Capitolo decimo
Dopo il processo Luca fu trasferito nel carcere di L'Aquila e l'avvocato lo andava a trovare regolarmente, e lo rassicurava che c'era l'appello, e che il giudizio sarebbe stato diverso.
Ma Luca appariva sempre molto sfiduciato rispetto all'esito del processo, dal quale aveva sentito già forte il colpo, del quale aveva avvertito l' inespressività e la durezza.
L'avvocato si rendeva ben conto che Luca era stato condannato più che dalla Corte dall'opinione pubblica che ormai aveva deciso di schierarsi sulla linea colpevolista e che in paese doveva essere ben duro cercare di contrastare tutto questo.
Intanto l'avvocato aveva avuto le prime udienze della causa agraria e si rese conto di essere in gravi difficoltà.
Gli mancava il raccordo che Luca gli aveva tenuto e i contadini che lui aveva invitato a presenziare alle udienze, non ci venivano.
Dopo due udienze, il giudice ammise le testimonianze che le parti avevano richiesto, limitando quelle richieste per i contadini perché ritenute ripetitive e superflue. Qui il problema si fece complesso per l'avvocato, che aveva bisogno di molti testimoni per dimostrare la sua tesi, e d'altra parte all'udienza successiva i testimoni finirono per dare credito alle prospettazioni dei Salinas, e così finì per la causa agraria che i giudici accolsero in pieno le richieste dei Salinas e i contadini furono condannati al rilascio dei fondi e al risarcimento delle spese legali.
Subito dopo la lettura della sentenza l'avvocato apprese da uno dei contadini che Concetta Fiorelli era scappata via dal paese da molto tempo e che era fuggita insieme con il nipote del parroco Don Pasquale, un giovanotto di nome Carmelo, e che si diceva che erano scappati insieme in India.
Seppe anche che Don Pasquale era stato doppiamente amareggiato anche perché sul nipote aveva fatto affidamento, perché credeva che volesse seguire la sua strada forse con una tardiva vocazione, e in questo senso era confortato dal comportamento sempre irreprensibile del nipote, che gli faceva da tanti anni da chierico e da lettore e che aveva sempre mostrato maggiore interesse per la Chiesa che per le ragazze.
Il contadino gli riferì che Don Pasquale era talmente contrariato e innervosito da questa storia e dai commenti che ne erano seguiti che una domenica alla messa aveva fatto un'omelia rovente in cui condannava ferocemente i viaggi in India che erano solo occasioni di peccato, peccato che prima o poi avrebbe sommerso tutta la comunità come una grande piena.
Capitolo undicesimo
L'avvocato guardò l'orologio e vide che erano le undici e un quarto e rilesse la lettera di Luca.
Luca diceva che era stato scarcerato per i fatti che certamente gli erano noti ma lui non ne aveva alcuna cognizione.
Pensò di cercare nei giornali dei giorni precedenti , ma non trovò alcuna traccia e pensò che se ne sarebbe ricordato, ma poi pensò anche che comprava i giornali per abitudine, ma che non li leggeva più, per cui chissà che cosa era successo, Luca era sicuro che lui ne sapesse ma lui lo ignorava.
Non vedeva più Luca da oltre sei anni.
Anche in appello la condanna era stata confermata ma la pena era stata ridotta a diciotto anni di reclusione.
L'avvocato aveva previsto comunque gli sconti di pena e che a metà della stessa si sarebbe potuta chiedere la semilibertà .
E lo era andato a trovare nel carcere diverse volte ragguagliandolo anche di come stava andando la causa agraria.
Ma dopo la sentenza della causa agraria e dopo il processo di appello penale si era ammalata sua moglie, che poi era morta dopo sei mesi circa di sofferenze.
Di lì era cominciata una storia diversa per la sua vita.
Aveva cominciato a disinteressarsi di tutto.
Non aveva molta importanza più nulla.
Tutto perdeva di colore: tutto perdeva di sapore: tutto perdeva il suo odore: tutto perdeva la sua essenza: il significato delle parole cominciava a sfuggirgli.
Aveva cercato di riprendersi, ma si rendeva ben conto che la perdita della moglie aveva lasciato un vuoto incolmabile.
Tuttavia pian pianino si era ripreso da quello stato di profonda disperazione che lo aveva colpito ma si era reso presto conto che non poteva più essere come prima la sua vita.
Aveva tentato di simulare una ripresa, ma in effetti si era dovuto accorgere ben presto che la situazione si era fatta critica per la sua vitalità.
Aveva perso molto rispetto ai suoi interessi vitali.
Aveva mantenuto la sua attività per arrivare alla pensione cosa che era avvenuta.
Poi aveva pensato di continuare , ma si era reso conto che arrivavano dei problemi che non si sentiva di superare facilmente.
Uno di questi era quello della memoria, un altro che non poteva più guidare.
Per cui aveva deciso di abbandonare la professione, ma la cosa non era semplice e se ne era reso conto.
L'avvocato aveva ora 71 anni e si stava organizzando da diversi anni per ritrovare il filo della sua vita, ma non gli riusciva facilmente.
I problemi legati ai suoi disturbi, le difficoltà a lasciare di colpo la sua attività, il fatto che quello studio era la sua vita da sempre, tutto lo portava verso una lenta fatica per sopravvivere e cercare di risolvere quotidianamente ogni questione, e a non cercare in fondo quel filo della sua vita che aveva bisogno di ritrovare.
Nella lettera si parlava di eventi certamente a lui noti.
L'avvocato non aveva idea di quali potessero essere e frugava nei suoi ricordi, ma ora tutto gli sfuggiva, si sentiva anche stanco ed intanto Luca stava per arrivare ed egli non sapeva che cosa gli sarebbe successo, se si sarebbe commosso o meno, ma sentiva con crescente emozione l'avvicinarsi dell'incontro, e cercava di dominarsi, ma intanto era stanco, molto stanco , e si addormentò.
E il sonno lo accolse così beatamente che sognò qualcosa , una figura femminile sottile che lo chiamava per nome e gli sussurrava qualcosa e lui si sentiva emozionato e insieme eccitato . Poi la donna prendeva dei contorni più carnosi e si faceva più vicina e lo fissava e cominciava a sorridere e più lo guardava e più sorrideva e nel sogno lui era un fanciullo che la aspettava e lei gli sorrideva accattivante da una parte e tranquillizzante dall'altra.
Capitolo dodicesimo
Lo risvegliò il citofono ; l'avvocato si rese conto che si era appisolato proprio quando Luca stava per arrivare , si sistemò un pochino ed andò a rispondere: era Luca De Francesco.
Si sentì subito che arrivava una ventata di nuovo nello studio quando Luca vi entrò.
Il saluto fu molto affettuoso e l'avvocato riprese il filo che aveva perduto.
Luca gli raccontò che era stato liberato definitivamente perché era avvenuto che il vero colpevole di quel delitto, affetto da una grave e incurabile malattia, aveva sentito di doverlo confessare. Era un anziano contadino che aveva dei veri rancori contro Guglielmo Fiorelli e che aveva organizzato anche il delitto in modo tale da restare del tutto al di fuori di ogni sospetto. Solo che si era poi ammalato gravemente ed aveva cominciato a temere la punizione divina e si era dapprima confidato con un sacerdote in confessione, poi aveva confessato tutto ai Carabinieri. Ci aveva messo un po' di tempo, però meglio tardi che mai. Ciò che lo aveva spinto di più era il terrore di portare con sé il suo segreto nella tomba, senza che nessuno lo sapesse, così almeno era apparso sulla maggior parte dei giornali che si erano precipitati ad intervistarlo. Tanto che c'era stato un titolo che enfaticamente parlava di disperazione dei segreti.
E allora si erano ricordati di Luca, della sua innocenza che egli aveva gridato ai quattro venti ma che non aveva avuto allora un grande ascolto, del fatto che egli era stato condannato ormai definitivamente, perché la sentenza era ormai passata in giudicato. E ne avevano invocato la scarcerazione immediata. Il problema era diventato pressante sui giornali perché si invocava con forza che venisse subito liberato, ma ci si trovava di fronte alle pastoie che una situazione del genere determina e non si riusciva a capire che tra i mezzi giuridici a disposizione c'era solo la revisione del processo, per la quale ci voleva comunque una procedura e un po' di tempo, insomma che qualche tempo doveva passare.
Comunque, di fronte alla pressione della stampa che si era fatta molto forte, gli organi giurisdizionali avevano trovato la possibilità di rimettere subito Luca in libertà e questo era stata un po' una sorpresa.
Luca raccontava con un certo distacco la storia, cercando forse di non tradire la sua gioia per l'uscita dal carcere, ma era vero che alla galera ci aveva fatto un poco il callo, come aveva scritto nella lettera e forse era diventato un poco più diffidente.
L'avvocato, che aveva manifestato una grande gioia nel rivederlo, ora lo ascoltava anche lui con un po' di distacco, forse voleva far vedere che non si stupiva più di nulla.
Il fatto è che l'avvocato, dopo alcuni minuti che Luca raccontava, fu preso da uno stato di ansia e da una sensazione forte di solitudine e di indifferenza, o meglio di isolamento, alla quale era avvezzo e rispetto alla quale poco poteva. Sapeva i rimedi che adottava quando era preso da questa situazione di scarsa comunicazione col mondo intero e conosceva la loro tenue e graduale efficacia.
Erano tre, fondamentalmente. Fare qualcosa di pratico, esempio lavare dei panni o dei piatti, il primo. Il secondo infilarsi dentro un bar e cercare di dire qualcosa a qualcuno. Il terzo, andare a mangiare qualcosa e scambiare due parole con un commensale preferibilmente oppure comunque e alla peggio con il cameriere.
Sentiva che le parole di Luca scorrevano senza che lui le raccogliesse con la dovuta attenzione, che gli era di colpo diventata abbastanza indifferente quella storia cui aveva dedicato tanta parte e ricordava quel silenzio delle parole che era stato oggetto di una riflessione di Luca durante il processo e di cui adesso lui capiva meglio il significato.
Allora rompendo qualunque indugio propose a Luca di andare insieme a pranzo e Luca accettò subito, senza alcun problema.
Uscirono di tutta fretta dallo studio, come se fossero un po' affamati davvero e l'avvocato disse che pochi metri più avanti, su viale Mazzini, c'era un ristorantino dove avrebbe volentieri offerto il pranzo. Al che Luca cominciò con dire che se da una parte gli faceva molto piacere, avrebbe preferito offrirglielo lui il pranzo all'avvocato. E iniziarono una breve discussione ma nessuno voleva cedere.
Quattro passi davvero, in una giornata nuvolosa in cui si sentiva però il caldo dell'estate che se ne stava andando ma batteva gli ultimi colpi.
Il viale era percorso da diversi pedoni sui marciapiedi e da parecchie automobili, moto e mezzi pubblici. Roma si avviava al pranzo e viale Mazzini appariva nella sua imponenza, grande viale in cui scorre la vita della grande città, con i suoi grandi alberi che guardavano dall'alto il traffico degli uomini, con i suoi palazzi ordinati e le finestre grandi e i grandi portoni ed i negozi.
Entrarono nel locale chiamato "Da Mario" che era un ristorante familiare per l'avvocato, cui subito alcuni camerieri inviarono dei saluti a voce alta, per cui era chiaramente di casa.
Il locale era semivuoto perché ancora non era arrivato il vero momento del pranzo, cioè quelle fatidiche 13,30 in cui sarebbe stato il momento di pausa per molti impiegati che lo frequentavano abitualmente.
Era un ristorante che voleva mantenere i vecchi caratteri della trattoria. I tavoli, le sedie impagliate, le tovaglie a quadrettini bianchi e rossi, tutte le mura bianche e i menù a prezzo fisso scritti su un grande foglio di carta giallo scuro sul muro.
I due si scelsero il posto un poco appartati verso l'angolo della prima sala.
Il cameriere che aveva salutato per primo si avvicinò con molta signorilità e chiese all'avvocato come stava al che ci fu un sorriso da parte dell'avvocato, che evidentemente aspettava quelle poche parole per rientrare in contatto con il mondo. E gli rispose che non si poteva lamentare, anzi che gli sembrava che la vita stesse arrivando a girare per il verso giusto. Il cameriere sorrise anche lui e con molto garbo affermò che certamente era anche la compagnia del nuovo cliente che lo rendeva di buon umore al che l'avvocato semplicemente assentì e Luca si sentì in dovere di ringraziare per tanta cortesia che girava intorno a lui.
Luca riprese a parlare della sua scarcerazione e disse che la cosa che ora gli premeva di più era la sua riabilitazione, che voleva ad ogni costo che gli fosse riconosciuta da tutti la sua innocenza: ma soprattutto quello che più gli interessava era la riabilitazione agli occhi di quella Concetta Fiorelli. Disse che aveva saputo della sua fuga in India al paese, che gli avevano detto che era scappata via insieme con il nipote del parroco. Il paese non gli offriva più niente , si era come svuotato di tutti quelli che lui conosceva e con cui aveva amicizia e questo era forse l'effetto della causa agraria perché tutti quei contadini per i quali lui si era battuto erano scomparsi, o almeno se qualcuno ce n'era ancora era introvabile. Lui ora si era reso conto di non avere più niente al paese e che si era dissolto nel nulla tutto quel mondo che aveva alimentato la sua vita fino al momento in cui era andato carcerato.
L'avvocato allora gli disse che questa grande trasformazione doveva avere qualche rapporto con la causa agraria, ma che certo il mondo stava cambiando molto in fretta e che loro non riuscivano a tenere il passo e continuò dicendo che si era battuto per una corretta interpretazione della colonia, ma che adesso capiva che le sue riflessioni avevano qualche significato, e che colonia era più giusto riferirla al colonialismo e alla depredazione, che il diritto andava verso un momento difficile al seguito della vita di ognuno e che lui si sentiva molto amareggiato.
La sua sensibilità stava in effetti risentendo da tutti i ricordi che aveva rivissuto, anche perché se da una parte egli era avvezzo alle difficoltà, e non pretendeva più certamente che ogni cosa andasse per il verso che lui desiderava, dall'altra la sua situazione personale e il momento particolare che stava vivendo in cui stava lasciando tutto, almeno dal punto di vista professionale, senza un erede, lo avevano messo in una situazione di un forte disinteresse verso tutte le vicende; e essere e ritrovarsi di nuovo di colpo in una vicenda che lo aveva preso totalmente lo metteva in grande difficoltà.
Capitolo tredicesimo
Arrivò il cameriere con i primi piatti, spaghetti alle vongole per l'avvocato e penne all'arrabbiata per Luca, che propose di fare in modo che ognuno potesse assaggiare il piatto dell'altro, cosa che lui aveva fatto sempre volentieri e l'avvocato allora volle fare le cose per benino, si fece portare altri due piatti e lui ripose una parte dei suoi spaghetti e pretese che Luca facesse altrettanto, ma Luca stava cedendogli quasi la metà delle sue penne e l'avvocato disse che non gli potevano far bene, che c'era il peperoncino e lui non poteva abusarne.
Il locale si stava gradualmente riempiendo e si ravvivava dei commensali in attesa con il loro chiacchiericcio.
La compagnia era piacevole per l'avvocato, che cominciò a mangiare di gusto.
Anche Luca aveva iniziato, ma si interruppe ben presto per ricalcare come nel paese in effetti non trovava più nulla e che suo padre era morto da tre anni, che la perdita lo aveva scosso e che lui aveva intenzione di vivere la sua vita lontano, che sua madre lo aveva capito e che non glielo avrebbe impedito. L'avvocato chiese notizie sulla morte del padre, e Luca gli disse che era stata improvvisa, che era morto nel sonno colpito probabilmente, almeno così avevano detto i medici, da un infarto. La madre stava bene, si curava per dei disturbi alla pressione, ma lui la vedeva in buone condizioni.
“Ma tu non hai paura della solitudine?” gli chiese l'avvocato.
“Ci ho fatto un po' l'abitudine, non ce l'ho questa paura” fece Luca.
“Per me invece la solitudine è un grande problema, oggi” fece l'avvocato, “ e ritengo che sia il vero problema che attanaglia tante persone oggi, perché è difficile avere un buon rapporto e siamo tutti ristretti nel piccolo cerchio dei nostri interessi individuali”.
Continuarono un poco in silenzio.
Il locale ora era pieno, essendo arrivata l’ora fatidica, e si riempiva delle discussioni e delle conversazioni di ogni tavolo.
“Vedi, Luca, sono stato un pochino troppo ruvido, come può esserlo la gamba di questo tavolo, e me ne rendo conto e mi dispiace se tu hai avuto questa impressione ....”fece l’avvocato.
“A me non ha fatto questo effetto, e sa, ognuno sente le cose a modo proprio” rispose Luca
“E’ vero e per me la sensibilità diminuisce con l’avanzare degli anni, per esempio gli odori li sento sempre di meno e in questi spaghetti non sento più come una volta il profumo o l’odore del pesce, tutto diventa poco profumato....”
“Non credo che sia un fatto anomalo, direi che qui , come in ogni ristorante, prevalgono gli odori dei disinfettanti e non si sentono più i profumi della cucina....”
“Volevo dire che invecchiare per me significa una progressiva diminuzione delle sensibilità, riguardo a tutti i sensi.....”
“Non credo che questo sia legato all’età- fece Luca- ma penso che questo avvenga perchè ci stacchiamo sempre più dall’esercitare normalmente le nostre sensibilità, che sono poi sviate anche da altre cose, non so, gli spot televisivi per esempio.....”
“Certo, certo, però io l’avverto per me e lo collego all’età. Non so , per dire, la vista si abbassa e da quando avevo quarant’anni non posso leggere che con gli occhiali....”
“Questo è una cosa un po’ comune, direi....”
“Si, però io la collego alla mia vita. Il tatto per esempio non mi dice più quello che mi diceva anni addietro, in cui io riconoscevo molte cose toccandole e le qualificavo, la sensibilità generale diminuisce progressivamente per me....”
“Io dico che sta avvenendo per tutti e che non è in funzione dell’età”
“Tu ritieni che sia un problema collegato al modo di vivere oggi?”
“Sì, la vedo così, la nostra sensibilità scema perchè l’uso che ne facciamo è sempre minore, nelle città e nei paesi, penso che sia anche perché abbiamo un poco perso il contatto normale con la vita e con la terra su cui viviamo soprattutto...”
Venne il cameriere e ritirò i primi piatti e portò i secondi che avevano ordinato, una caprese con un contorno misto di verdure cotte per l’avvocato ed una bistecca con un’insalata mista per Luca.
Luca riprese a parlare e disse che in carcere ad un certo punto aveva cominciato a studiare legge e che aveva sostenuto la maggior parte degli esami e che questo gli era stato di grande aiuto.
“Allora siamo colleghi” fece l’avvocato con un certo entusiasmo, pensando anche che si spalancava per lui una soluzione per quel problema dell’erede professionale.
“No, non ancora, mi mancano ancora gli esami di procedura civile e penale e quelli sono molto difficili…”
“Non con il giusto aiuto e se vuoi, io ancora non ho lasciato del tutto....”
“Ah, certo, la ringrazio sin d’ora, ma non vorrei abusare, Lei già mi ha tanto aiutato.....”
“Ma cosa dici Luca, non mi devi ringraziare di nulla, anzi, io ti debbo ringraziare, perché stai dando un significato a tutta la mia attività, e così a sorpresa che resto sbalordito.......”
Il colloquio proseguiva tra un boccone e l’altro e l’avvocato era stato preso da un certo entusiasmo dalla notizia appena ricevuta per cui aveva accelerato e ad un certo punto il cibo gli andò di traverso e cominciò a tossire, si fece paonazzo, e Luca si alzò subito e gli dette un colpetto sulla schiena e facilitò il ripristino della situazione: ma l’avvocato avvertì un leggero malessere e il colorito divenne pallido e cominciò a sudare.
Luca gli chiese che cosa si sentiva, ma l’avvocato non riusciva a parlare facilmente e allora Luca gli chiese che cosa bisognava fare e l’avvocato gli disse di stare tranquilli, di chiamare cortesemente un taxi e di accompagnarlo a casa, in via Baldo degli Ubaldi 240.
Di lì a qualche minuto arrivò il taxi. Luca fece accomodare l'avvocato dietro, poi diede l'indirizzo e salì subito anche lui e accompagnò l’avvocato all’indirizzo indicato.
Capitolo quattordicesimo
La casa era un appartamento al terzo piano cui arrivarono con un vecchio ascensore che manteneva il suo fascino e conservava dignitosamente la sua funzione. Era uno di quei vecchi ascensori che si trovano nei palazzi delle città italiane, installati forse negli anni 40-50 , in cui la cabina è visibile in quanto fatta di un intreccio a rete di ferro battuto per cui durante il trasporto si ha la visione sia dall’interno che dall’esterno. Fascino della cosa antica che viene mantenuta in attività, nonostante l’età e alla quale si riconosce anche il valore di abbellimento dell’ambiente in cui si inserisce.
L’appartamento era una casa grande costruita negli anni 50 . I soffitti erano alti e davano una sensazione immediata di spazi ampi. Anche le camere erano molto spaziose e ben arredate. Sui muri si trovavano, insieme a diversi quadri , anche piccoli specchi colorati e alcune decorazioni che erano state il frutto di lavori artigianali della moglie dell’avvocato. Nel corridoio d’ingresso faceva la sua figura una cassapanca intarsiata colore mogano scuro che si inseriva perfettamente nell’ambiente illuminato da un lampadario a foglie di vetro che diffondeva una luce discreta che dava il giusto risalto al mobile e agli oggetti sulle pareti. Dall’ingresso si accedeva ad una vasta sala arredata come l’antica sala da pranzo delle famiglie benestanti. Un tavolo lungo, scuro, con a copertura una lastra di vetro, con sei sedie ricoperte di velluto di colore rosso stava al centro. Un buffet in cui facevano bella mostra di sé dei bicchieri di cristallo stava da un lato; sopra c'erano due quadri, uno che raffigurava una barca vicina ad un porto, l'altro un paesaggio di campagna con due grandi alberi. All'altro lato c'era un controbuffet con lo specchio lungo.
Luca si rese conto che l’avvocato stava meglio; però gli disse che era preoccupato e che occorreva chiamare un medico e l’avvocato dopo averlo rassicurato e aver tentato di dire che non gli sembrava il caso di preoccuparsi, che era stato solo il fatto che il boccone gli era andato di traverso , tutto lì, alla fine cedette e gli disse che poteva chiamare il suo medico, che sarebbe stato contento di rivederlo, perché era da tempo che non ci andava.
Il dottore, chiamato telefonicamente da Luca, venne dopo poco, perché prima di andare al suo ambulatorio preferiva fare le visite e quel giorno non ne aveva altre.
Era un giovane medico a cui l’avvocato era capitato perché il suo antico medico aveva abbandonato l’attività e i suoi assistiti si erano dovuto rivolgere verso altri lidi; l’avvocato aveva scelto quello che era rimasto nello studio del suo antico medico.
Il dottore fece una visita accurata e disse che non doveva essere nulla di grave, ma che lo allarmava il fatto che il malessere avesse per qualche minuto influito un poco su tutto l’organismo, per cui disse che l’avvocato doveva prendersi un periodo di riposo per verificare che non si ripetessero simili episodi di malessere. E alle domande di Luca su come ci si sarebbe dovuti comportare se ci fosse stata una nuova crisi disse di chiamarlo subito e che in ogni caso avrebbe fatto in modo che, in tale caso, si ricoverasse subito per opportuni accertamenti; ma che al momento lui riteneva opportuno solo un poco di riposo e di tranquillità perché aveva visto che tutto era a posto e che doveva a suo parere trattarsi di un episodio legato ad un momento transitorio di affaticamento generale e disse sorridendo all'avvocato che non si doveva preoccupare troppo dei suoi affari legali, che si sarebbero sistemati tutti nel migliore dei modi , al che l'avvocato gli rispose che sembravano andare tutti per il verso giusto, e Luca capiva che stavano scherzando .
Il medico, prima di andare via fece in modo di farsi accompagnare alla porta da Luca e gli confermò che occorreva veramente che ci fosse un po' di riposo, che ogni malessere andava preso come un campanello d'allarme, anche se riteneva che quello fosse legato a qualcosa, forse un'emozione, che in ogni caso non lo aveva allarmato molto e che trattandosi di una persona anziana era necessaria una cautela maggiore e gli raccomandò di averne cura, convinto che lui fosse un familiare, anche perché Luca non gli diede motivo per dubitarne. Tanto che pian pianino se ne stava convincendo.
Tornato nella sala, Luca fece: "Avrete bisogno di un assistente, per qualche giorno ed io mi propongo anche perché mi avete fatto preoccupare…"
"Luca, sarei veramente felice se tu rimanessi qualche giorno, ma per quanto riguarda l'assistenza non te ne dovrai preoccupare, perché c'è mia figlia che abita qui a Roma abbastanza vicino, anzi la devi conoscere: piuttosto mi interessa riprendere quel discorso interrotto, sui tuoi studi giuridici…"
"Insomma mi mancano quei due esami di procedura ma so che sarà molto difficile, perché dovrei fare qualcosa di più che studiare, non credo che siano materie per le quali sia sufficiente lo studio, dovrei fare un poco di pratica….."
"Certo, con la pratica si acquisisce maggiore dimestichezza, ma la teoria è la base, perché in nessuna disciplina la pratica non si sposa con la teoria; da sole entrambe non bastano ma insieme si completano. E dimmi, collega, scusami Luca se scherzo un po', ma dimmi, secondo te, dove va il diritto?"
Luca rimase interdetto e in silenzio. L'avvocato lo guardò e sorridendo gli disse: "Sta andando verso direzioni più giuste, oppure si fa trascinare sempre più al largo dai più forti? Oppure ci sono forze nella società che riescono a riportarlo verso direzioni più giuste?"
Luca prese a riflettere sulla domanda che sembrava formulata in un modo più semplice ma era comunque degna di una riflessione approfondita. Rimaneva in silenzio perché sentiva la forza della domanda.
"Vedi, Luca - riprese l'avvocato- questa è una domanda che ti tocca da vicino, tu che sei uscito per puro miracolo da un errore giudiziario dal quale avrai per tutta la vita che ti rimane gravissime conseguenze. Fortunatamente hai avuto la forza di sfruttare questo tempo per studiare, ma nei tuoi confronti è stata perpetrata una terribile ingiustizia. Il diritto dovrebbe andare verso cose più giuste per tutti, sia tendere a regole più giuste per tutti, sia verso processi più giusti… invece c'è la forza dei poteri forti che lo sposta e lo riporta sempre al largo….ma fortunatamente ci sono altre forze che spingono, altrimenti il diritto sarebbe solo l'espressione della forza dei ceti dominanti….."
"Certo- fece Luca, facendosi coraggio- ci sono altre forze che spingono, ma quanto possono….. mi chiedo se ci sia una forza pari o almeno abbastanza ….."
"E' questo il problema vero e tu lo hai sperimentato sulla tua pelle: per il diritto bisogna lottare con tutte le proprie forze perché permanga, o perché si affermi una legge giusta ; ma quanto bastano le proprie forze?"
"L'unione fa la forza, ricorda, avvocato, era il motto dei contadini nella questione delle terre che poi è andata…."
"E' andata sì, purtroppo le forze che sono scese in campo erano impari, e la legge ha abbandonato la terra al suo destino, e la terra si è smarrita. La terra è andata alla deriva, come sta andando il diritto, se lo si vede solo da un punto di vista delle forze in gioco…."
"Per me qualunque aspetto della vita umana non può essere visto solo da un punto di vista di forze e di lotte, bisognerebbe vedere anche altre cose, per esempio i rapporti, le collaborazioni, le amicizie, i dialoghi, insomma non ci sono solo scontri a cui assistiamo ma anche tanti semplici incontri…."
"Questo significa che tu vedi qualcosa di più che la sola forza a dominare gli eventi…."
"Ma, per me tutto ritorna sempre in gioco e non è solo la forza del più ricco o del più forte a dare il passo e comunque deve sempre tenere conto di tutto il resto, altrimenti si determinano situazioni di squilibrio difficilmente sanabili che non consentono però di poter convivere tranquillamente….."
"Vedo che tu vedi o almeno cerchi la misura, a dispetto della tua terribile esperienza…."
"Il mio caso personale rimane un fatto a sé, non posso trarne l'insegnamento che questa è la regola, non può essere l'errore giudiziario la regola cui ispirarsi….almeno ci provo a pensarlo, questo, anche se dentro mi sento terribilmente oppresso a pensare a quanto…sia stato possibile…"
“ Quando il diritto si fa spazio negli animi bisogna attendere.… ci sarà la necessità di un giudizio sereno. Bisogna attendere, perché il diritto può essere acerbo, e occorre aspettare che maturi. Ma occorre fare attenzione e curarsi che non diventi troppo maturo e che non si inacidisca.”
“Allora è come la frutta sugli alberi, va colta quando è matura….”
“Certo e come la frutta non deve inacidire, perché allora gli animi si riempiono di pretese e il diritto non è più misurato. E occorre vigilare che il diritto non sia la riflessione esterna di uno stato d’animo individuale.” “Ma comunque occorre battersi per una causa giusta, e una causa giusta non può scordarsi della terra tradita, nascosta, sepolta. La terra ci sussurra, la terra ci grida.”
“ La terra abbandonata diventa arida e fa il deserto. La terra non deve rimanere senza acqua…..”
“La terra e l'acqua sono in un rapporto continuo, quando la terra non si libera dell’acqua c’è la palude, diventa difficile tutto, come nel deserto dove l’acqua manca……” E continuarono sul tema della terra sui rapporti tra la terra e l’uomo, la terra e i rifiuti prodotti dall’uomo, la terra e il mare. E sui segreti della terra.
"Luca, tu devi sapere quanto e come ho visto sempre il tuo caso insieme con quel discorso sulla terra e come si rifletta con il problema che tu oggi mi hai descritto: tutto è cambiato, non c'è più nessuno con cui parlare al paese, dopo la vicenda della terra. La terra era il legame con la realtà che avevate mantenuto stretto, ora che la terra non c'è più, non c'è più nessuno con cui parlare…"
"La terra era il punto della nostra vita, ma mi chiedo come si fa a considerarla utile senza coltivarla, perde di ogni sua importanza e noi perdiamo tutto…."
"E anche la terra si smarrisce se diventa un bene economico qualunque e noi dimentichiamo la sua grandezza, anche lei si smarrisce, si perde, o forse si va a nascondere…."
Squillò il telefono. Era la figlia dell'avvocato che preannunciava una sua visita.
Capitolo quindicesimo
La figlia dell'avvocato si chiamava Angela e arrivò dopo una mezzora. Citofonò per rassicurarsi che ci fosse qualcuno. Era di statura media, un poco più bassa di Luca, sul metro e sessantacinque. Aveva i capelli rossi ma non si capiva se fossero naturali o tinti; erano ricci. La pelle del volto liscia racchiudeva in un ovale allungato due occhi scuri e profondi, un naso abbastanza lungo e una bocca piccola atteggiata ad un sorriso pronto. Il fisico appariva slanciato, forse le scarpe con un po' di tacco davano il loro contributo. Si muoveva con sicurezza e nel parlare si aiutava con un gesticolare che era senza dubbio tutto suo e che entrava in sintonia con le sue espressioni. Era un tocco di musica che si incontrava con le sue parole perché i gesti sembravano misurati al timbro della voce o comunque al significato delle parole ed erano un accompagnamento al discorso. Nel dialogo con il padre ella lo rassicurava sia con le parole che con i gesti e lui la guardava con un poco di deferenza. Si capiva che erano due compagni di viaggio che si conoscevano a menadito. Angela capì subito che il padre non era stato bene e lo cominciò ad interrogare sul malessere, e lui cercava di minimizzare ma lei era attenta e preoccupata e solo dopo essersi appena tranquillizzata si volse verso Luca e si scusò per la scarsa attenzione che gli aveva prestato e chiese al padre di presentargli quel signore che era stato tanto gentile da accompagnarlo a casa. Al che l'avvocato disse che quel signore era quel Luca De Francesco di cui le aveva parlato tante volte e lei lo guardò fisso come meravigliata e poi a voce bassa espresse il piacere della conoscenza. Luca si sentì in dovere di ricambiare i convenevoli e disse che per lui il piacere era doppio perché ora, dopo l'avvocato che tanto lo aveva assistito, aveva il piacere di conoscere la figlia, che senza dubbio doveva aver preso le doti del padre.
Lei si schernì e disse che di doti ne aveva ben poche e che quelle che aveva le aveva prese certo dalla madre e non da quel testardo di suo padre, che non si preoccupava della sua salute e se ne andava in giro come un giovanottello e poi si sentiva male.
Mentre si scambiavano questi convenevoli e facevano a gara di cortesia, come si usa quando due persone a modo si conoscono e vengono presentate, arrivò sulla porta tutta trafelata la portinaia che salutò in fretta e cominciò a lamentarsi ad alta voce con l'avvocato, che le rispondeva con dei mugugni. La signora Iole, questo era il nome con cui veniva chiamata, diceva che non ce la faceva più a discutere con la badante, la signora Fabrouka, che era impossibile questo continuo discutere sul suo cagnolino, che insomma Fabrouka doveva smetterla di avere paura di un minuscolo chihuaua che secondo la portinaia sarebbe scappato anche davanti ad un topo , figuriamoci di fronte a quella là, che ogni volta che lo vedeva cominciava a strillare parole incomprensibili, forse arabeggianti. L'avvocato disse appena a mezza voce che bisognava avere pazienza, perché non parlava bene la lingua al che apriti cielo la signora Iole cominciò a cannoneggiare che la lingua era la prima cosa, che non faceva nessuno sforzo per la lingua e per l'educazione e che era ormai stufa arcistufa, che bisognava sempre spiegargli tutto quattro volte e lei ti rispondeva con un sorriso e poi non aveva capito niente e che questa storia del cagnolino era troppo. Al che intervenne Angela che disse che forse alla Fabrouka non piacevano i cani e preferiva i gatti e la portinaia cominciò a borbottare e a bofonchiare qualcosa di incomprensibile, parlava sottovoce ed anche in dialetto e allora a Luca sembrò utile intervenire e disse che bisognava avere tolleranza, al che la portinaia lo guardò storto e chiese ad alta voce:
"E chi sarebbe questo, il nuovo sacrestano della parrocchia?"
Luca scoppiò a ridere ma la portinaia lo guardò piuttosto irritata e chiese ."Oppure è un segreto di famiglia?! e allora… me ne vado subito…..ma, avvoca', stateme bene a sentì, insegnategli a quella là che ognuno ha i suoi diritti e che non può….insomma fate voi, avvoca', che ci avete le parole, io nun ce parlo più con quella, e poi… che ce parlo a fa'? Arrivederci avvoca', sora Angela e anche a voi, che non ve conosco e non voglio sape', arrivederci."
La portinaia tirò l'uscio dietro di sé .
"Una bella gatta da pelare" fece Luca dopo qualche istante di silenzio.
"Gatti, gatti….eh, insomma , Angela - cominciò l'avvocato con tono da paternale, che peraltro gli era più che confacente - non avevi altro di meglio da dire che forse Fabrouka ha paura dei gatti, e l'hai fatta andare ancora più in bestia…."
"Papà, non fare il finto tonto, quella stava aspettandoti al varco, se non c'ero io che la sistemavo un pochino chissà quante te ne avrebbe cantate…."
"Ma che c'entrano i gatti?" fece Luca sorpreso.
"I gatti, uffa, sempre i gatti, questa è la storia infinita" bofonchiò l'avvocato.
"E sì, ma bisognava dirglielo chiaro e tondo e invece voi zitti, a lasciarla straparlare" fece Angela con voce che si faceva stridula.
"Ma che c'entrano i gatti?" ripeté Luca.
"Ah, eccone un altro che fa finta di non capire niente, come te, papà!!" La voce di Angela si era alzata e si faceva più acuta.
Seguirono dei minuti di silenzio assoluto. Le parole infatti si erano fatte taglienti e bisognava aspettare che perdessero questa loro incidenza.
Poi, tornata la calma, Angela cominciò a spiegare a Luca che la portinaia era nota come una amante dei gatti, una di quelle donne che chiamano tutti gattare, che dietro al chihuaua voleva nascondere questa sua passione, che aveva una regolare colonia felina che nutriva e accudiva con tutti i crismi; che Fabrouka non sopportava i gatti, ne aveva come un terrore sacro, ogni volta che vedeva un gatto era come se fosse un animale feroce o un serpente velenoso ed era terrorizzata, e che era convinta che il chiuaua fosse un gatto o un misto tra un gatto ed un altro piccolo animale, e non lo sopportava, e allora ecco le discussioni infinite tra lei e la portinaia , che peraltro negli ultimi tempi si erano fatte più intense, degenerando in aperti litigi, in accuse reciproche, in male parole che da una parte erano in romanesco dall'altra in quel misterioso linguaggio miscuglio di Fabrouka che non si sapeva bene che cosa fosse, anche perché lei era un'algerina che però veniva dal Pakistan, dove era finita appresso al suo uomo e da cui era fuggita poi in occidente per stabilirsi definitivamente a Roma.
Luca assentiva in silenzio e sembrava che la cosa per lui ora cominciasse a chiarirsi finché ad una interruzione domandò : "Ma perché Fabrouka è tanto terrorizzata dai gatti?" al che Angela lo guardò fisso con uno sguardo sospettoso, poi cominciò a muovere la testa come se fosse disperata e si rivolse al padre con questa domanda :"Ma che fa, l'indiano?".
Luca cominciò a riflettere su questa domanda che non capiva, ma non è che avesse capito molto tutta la storia della lite tra questa Fabrouka e la signora Iole.
Guardò meglio Angela e la vide meglio.
Era un tipo che ci teneva e ce la metteva tutta per apparire un po' ribelle; che portava grandi occhiali da sole, che riponeva ogni quarto d'ora nella borsa per cambiarli con altri; che sembrava un poco trascurata nell'abbigliamento, se questo non fosse l'effetto da lei voluto; che aveva i capelli ricci di un riccio particolare tra il curatissimo e il trascuratissimo tanto che non riuscivi a capire se le treccioline a trama fittissima fossero effetto di grandi cure o di grande trascuratezza;
e di un colore non ben definito che andava da tinte forti con chiazze di biondo e di blu, che rendevano un effetto di stravagante.
E allora Luca si chiese che cosa facesse, se avesse una propria famiglia, se lavorasse e di che cosa si occupasse.
Un poco alla volta, senza che lui gliele rivolgesse, Angela rispose ad una ad una delle sue domande. Semplicemente sentì il bisogno di presentarsi per bene.
Angela era sposata, ma anche separata, ci tenne a precisarlo subito, e viveva per conto suo in un piccolo locale adiacente al negozio che lei gestiva. Era un negozio di eccentricità, che lei aveva in particolare cura, tutte cose semplici ed insieme eccentriche, da una parte mercatino delle pulci, dall'altro regno dell'originalità, in cui trovavano spazio articoli di diverse religiosità, cuscini, piccoli oggetti in ceramiche, giade, bottoni , una grande raccolta storica di ferri da stiro, lavori all'uncinetto, tessere da mosaici, eccetera, perché ad un certo punto non sapeva ricordare bene nemmeno lei gli articoli, doveva essere un gran bazar dove potevi trovare di tutto un po', pensò Luca , e dopo un momento la parola giusta, gran bazar la disse Angela. Questa del commercio e questa del bazar erano cose che aveva imparato dalla madre, ci tenne a dirlo subito, che sapeva ben districarsi nel disordine naturale delle cose, mentre dal padre aveva preso quel certo piacere al cercare di rimettere in ordine. Poi Angela , che in quel momento aveva levato gli occhiali scuri, fissò diritto negli occhi Luca e gli disse che aveva saputo della sua storia, delle sue disavventure e della sua storia d'amore.
E Luca si sentì a disagio, osservato nel suo intimo, e insieme guardato a fondo da un occhio femminile. E ricambiò lo sguardo e si accorse che non c'era solo curiosità di un momento e sorrise con naturalezza e fu subito ricambiato.
Quella notte, che passava nella casa dell'avvocato, ci pensò un poco su, ma cadde subito in un sonno profondissimo.
Capitolo sedicesimo
La mattina seguente Luca conobbe Fabrouka; che non era stata avvisata della sua presenza ed entrò rumorosamente nella camera dove lui riposava verso le otto e vedendolo dormire beatamente dapprima richiuse la porta con discrezione, poi lanciò un grido e cominciò a chiamare aiuto che c'erano i ladri e cominciò a correre sciabattando furiosamente per tutta la casa, battendo il manico dello spazzolone sul pavimento con ritmi cadenzati.
L'avvocato si alzò e cercava di calmarla e le spiegava che c'era un ospite e che la smettesse di gridare e di fare tutto quel chiasso. Ma ci volle qualche minuto perché lei smettesse e si calmasse.
Quando sentì che la tempesta si era placata, Luca uscì dalla stanza e l'avvocato gli chiese di scusare, ma non avevano pensato di avvisare Fabrouka, che si era spaventata molto. Lei stava da una parte immusonita.
Era una donna di colore, piuttosto robusta, dai capelli neri neri e lisci che arrotondavano il suo viso, che si rischiarò in un bel sorriso quando furono finite le spiegazioni per l'equivoco. E tutto il suo corpo sembrò schiarirsi e scrollarsi di dosso una nube che l'aveva avvolta pochi minuti prima, quando aveva cominciato a strillare ossessivamente. E non sfuggì a Luca la differenza tra le due donne che aveva visto nello stesso corpo in pochi minuti, quella terrorizzata proprio da lui e quella placida, serena che ora sorrideva, con un'espressione gaia di stupore. E non si sottrasse dal guardarla intensamente e dal trovare quella donna affascinante, un sorriso aperto in un volto rasserenato che animava la persona che si muoveva sinuosa e accattivante e che gli dava ora una piacevole e gradevole sensazione.
Anche l'avvocato appariva lieto e sembrava ossservare Fabrouka con estremo piacere, ora che era uscita da quel momento di paura. Egli era ormai dipendente da quella donna, e si accorgeva giorno dopo giorno di quanto gli era necessaria. Assunta come badante, cioè perché si era preoccupati che qualcuno vigilasse sulle sue condizioni di salute, sui suoi vuoti di memoria, sulla sua solitudine, era diventata per lui una persona molto preziosa e riusciva spesso a rendere luminose le sue giornate, a rasserenare il suo spirito, a trovare le soluzioni ai problemi. Così che la sua vita era diventata dipendente dalla vita di Fabrouka, come lo era da quella della figliola. L'avvocato allora presentò a Luca ufficialmente la signora Fabrouka, e disse che tutti dicevano che era una badante, ma che per lui era una gran signora e basta. E che quella parola, badante, non riusciva nemmeno a capirla. Come se lui fosse un animaletto al quale bisognava mettere vicino un cane da guardia. Con tutto il rispetto per gli animaletti e per i cani. E così spiegò come le parole cominciassero a diventare di difficile comprensione, se un participio presente di un verbo scarsamente diffuso e di difficile interpretazione diventava poi una parola per definire un rapporto umano che era inevitabilmente difficile da racchiudere con un participio anche se presente e continuo, che anche un uomo od una donna in condizioni molto più difficili restavano degli esseri umani per i quali ci volevano attenzioni, parole, gesti ed azioni che non potevano essere inclusi in quella strana parola che invece si era fatta largo nell'uso comune tanto da essere diventata la parola principe di alcune leggi. La parola era badante, cioè colei o colui che bada. E badare una volta si usava come ammonimento, a cercare di stare più attento ai propri comportamenti, o alle espressioni usate, e adesso si usava, impropriamente secondo l'avvocato, per descrivere un rapporto tra persone , un rapporto che invece doveva essere necessariamente un aver cura, del quale però non vi era traccia nella parola in questione. L'avvocato allora spiegò che era proprio quello che lei faceva, con un sorriso, con le poche parole che sapeva appiccicare insieme, si prendeva cura e per questo era una gran signora e basta. Luca disse che l'aveva capito subito e ricominciò a guardarla con grande interesse, anche perché una nuova luce si aggiungeva, dopo il bel discorso dell'avvocato. E lei che si trovava al centro di tanta attenzione scomparve subito nella cucina a riassettare.
Dopo qualche minuto riuscì fuori e disse all'avvocato che ora avrebbe dovuto fare la spesa diversamente e l'avvocato gli disse che era passata la signora Iole e che era ora che smettessero di discutere sempre loro due al che Fabrouka replicò subito stizzita che lei non aveva cominciato e che quella signora Iole ce l'aveva con lei e che le aizzava contro il suo cane e che lei aveva paura e quel cane doveva essere pericoloso che ringhiava sempre quando lei passava e non la finiva più, come un torrente in piena, sicché l'avvocato la interruppe bruscamente:
" Fabrouka, ma è un chihuaua, una specie di topolino!!!E tu hai paura di un topolino?"
"Ehi, deve sentirlo lei come ringhia, quello là, altro che topolino, se non scappo via, morde, che topolino…. E poi, la signora Iole pensa sempre ai gatti, e c'è una puzza nel cortile, perché chissà quanti sono , e stanno sempre in giro ad aspettare da mangiare, e io ho terrore di gatti, e la signora Iole ce l'ha contro me e mettere tutti contro tutti e tutto contro….." e inutilmente l'avvocato cercò di minimizzare, la questione era difficile e si vedeva da lontano che gli sforzi non avrebbero avuto risultati facili.
Anche da questo dialogo, che sentì e nel quale non intervenne in alcun modo, Luca sentì maggiore interesse per questa donna, che era stata tanto trattata male dalla portinaia ma che difendeva la sua debolezza con orgogliosa ostinazione. Lei aveva paura dei gatti e lo diceva con chiarezza e non si poteva pretendere che all'improvviso non la dovesse, per una imposizione qualsiasi, avere più. E quel chihuaua ringhiava e le metteva paura più dei gatti. E comunque la sua l'aveva detta con semplicità e chiarezza, e non mostrava nessuna ostilità verso la portinaia, semmai aveva posto una questione igienica che non sembrava inventarsi. Luca si accorse di esserne attratto. E si cominciò a chiedere se poteva tranquillamente provarci e se lei lo avrebbe trovato interessante o meno. E allora si disse che avrebbe potuto verificarlo comunque con facilità, ma che quel sorriso che aveva ricevuto gli sembrava al momento una certa promessa, anche se le strilla e il terrore con cui era stato accolto lo avevano un pochino turbato . Luca poi si rese conto che anche dalla figlia dell'avvocato aveva raccolto un messaggio di un certo fascino, e cercò di capire se questo era il momento suo felice, se era tutto frutto della sua immaginazione, se per caso questo non aveva a che fare con la lunga carcerazione che aveva subito. Lui si sentiva al centro del fascino di queste donne. E sentiva la forza del mistero di Fabrouka, ma insieme era stato colpito dalla figlia dell'avvocato, anche se l'aveva un poco lasciato al tappeto con la battuta sull'indiano, che peraltro lui aveva capito poco. Tra le due, sentiva più forte l'attrazione per Fabrouka. E si chiese se questo non fosse per il fatto che era forse la donna più debole, ma poi si chiese se veramente era la più debole. Sentiva anche un certo senso di colpa verso l'avvocato, perché era rimasto per accudirlo ed ora fantasticava su avventure con le donne che egli aveva più care. Ma queste erano riflessioni rapide che non volevano risposte, perché aveva imparato cosa voleva dire attrazione e sapeva che i tempi erano stretti, che non doveva farsi scrupoli senza senso. Perché per quanto il nostro personaggio fosse rimasto nell'ombra, pur essendo inciampato in un errore giudiziario che gli era costato moltissimo, restava il fatto che ancora giovane sapeva perfettamente quanto un'attrazione d'amore era importante.
Capitolo diciassettesimo
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Luca si infilò in un tormentato dibattito con se stesso.
L'attrazione che lo aveva preso per la Fabrouka doveva lasciarla perdere oppure poteva cercare di esprimerla appena ne avesse l'occasione; e era lecito che lui lo facesse candidamente nella casa dell'avvocato. Insomma era in preda a questi interrogativi che toccavano sia la sua moralità sia l'amore in genere ed era un bel dibattito con se stesso, profondo e insieme allargato, quando sentì lo sciabattio di Fabrouka e si dimenticò di tutte le questioni e si avvicinò alla donna che stava spolverando e le chiese se poteva esserle in qualche modo di aiuto. Lei lo guardò con un sorriso e gli rispose di no, che lui era un ospite e che quello era compito suo, e Luca vide in quel sorriso una qualche risposta e allora continuò a guardarla come incantato e lei rispondeva al suo sguardo e anche lei sembrava imbambolata e in men che non si dica si ritrovarono l'uno nelle braccia dell'altra stretti stretti quasi avvinghiati e senza preamboli cominciarono a baciarsi freneticamente. L'avvocato stava riposando e Luca e Fabrouka iniziarono così tranquillamente a fare l'amore. Si sentivano attratti e tutti e due sentivano che era il momento giusto. Non ci fu bisogno che si scambiassero molte parole. Un'intesa segreta li aveva presi e la sentivano.
Quando stanchi entrambi avevano esaurito le forze per le effusioni, cominciarono a parlare sottovoce. E Fabrouka raccontò la sua storia.
Raccontò della sua famiglia ad Algeri, dei suoi studi .
Aveva fatto le scuole medie e poi aveva cominciato a lavorare da adolescente, e lavorava come cameriera in un ristorante frequentato prevalentemente da militari, che erano le persone più facoltose e quelle che contavano di più. Durante quel lavoro aveva conosciuto quello che sarebbe diventato il suo uomo, un commerciante di tessuti che lavorava proprio a stretto contatto con le forniture di stoffe per i militari, che viveva in quel periodo ad Algeri ma veniva dal Pakistan. Si era innamorata e si erano sposati con l'ostilità della sua famiglia che non voleva che lei sposasse uno straniero. Ma gli stranieri le piacevano di più, confessò sorridendo Fabrouka, perché avevano il fascino dell'intesa misteriosa, come Luca. E poi aveva seguito il marito in Pakistan dove lui era dovuto tornare alla conclusione del periodo delle forniture ai militari algerini. Lì aveva vissuto per 20 anni, aveva avuto due figli, aveva una famiglia. Ma ad un certo punto le cose si erano complicate perché il marito era entrato in un periodo di grosse difficoltà economiche ed erano ridotti alla miseria e i figli lavoravano ma questo non migliorava la loro situazione e così un giorno non ne poteva più e si era ubriacata ma il marito cominciò a picchiarla ; e la picchiava sempre più selvaggiamente; tanto che lei cominciò a pensare di scappare ed era scappata via alla prima occasione. Era venuta via lontano, a Roma, lontano dalla sua famiglia di origine e da quella sua propria. Con i figli ormai grandi era riuscita ad mantenere un rapporto epistolare e poi uno di loro era venuto anche lui a Roma, ma non vivevano insieme. Erano ormai tre anni che lei stava a Roma. E circa un anno che stava presso l'avvocato con quella mansione un poco di domestica e con quella di accudirlo, anche se lui, disse Fabrouka, era più in gamba e più giovane di tutti.
Anche Luca raccontò in breve la sua storia, attaccò con il suo amore per Concetta, poi il processo, la condanna subita ingiustamente, il suo rapporto con l'avvocato. Fabrouka gli chiese se era ancora innamorato di Concetta. E Luca rispose di si. E Fabrouka gli sorrise e gli disse che lo aveva capito, che comunque lei poteva consolarlo quando lui ne avesse voglia. E Luca sorrise e entrambi avevano l'aria di due reciproci consolatori un po' complici. E questa parola, consolazione, entrò subito nel loro scambio ed entrambi la trovavano appropriata. Se Luca ne aveva bisogno da una parte, anche per Fabrouka dall'altra era una necessità, la consolazione. Che aveva trovato rapido sviluppo nel loro incontro.
Il risveglio dell'avvocato li tirò via dal colloquio e Fabrouka riprese tranquillamente le sue faccende mentre Luca si mise a chiacchierare con l'avvocato. Che gli chiese a bruciapelo che cosa ne pensasse della figlia, al che Luca rispose che ne aveva avuto un'ottima impressione e che gli aveva parlato della sua attività e l'avvocato gli rispose che era un pochino deluso ma poi non troppo perché aveva sperato che si laureasse in legge, ma che lei non aveva voluto saperne e si era fissata con quel pallino del commercio che però le dava modo di incontrare tante persone e di realizzare meglio le proprie capacità. Proprio in quel momento lupus in fabula telefonò Angela e il padre disse candidamente che stavano parlando di lei al che lei chiese al padre di dire a Luca che poteva andare a vedere il negozio, così si sarebbe fatto meglio un'idea di che cosa lei facesse e l'avvocato riferì a Luca che accettò l'invito.
Si cambiò e uscì in fretta, prese la metropolitana come dalle indicazioni e dopo due fermate scese, risalì in superficie con una lunga scala mobile e rapidamente giunse al negozio, che era abbastanza vicino. Sulla porta d'ingresso una piccola insegna chiariva la natura dell'esercizio "Al bazar di Angela" e dava sicurezza sull'esercente. Ed entrando ti rendevi conto di stare anche in mezzo ad una specie di caccia al tesoro perché una serie di indicazioni davano dei riscontri l'una all'altra e cercavano di fare da guida al cliente. Il locale era amplio, composto di due vani alti e comunicante con un altro vano seminterrato con una scaletta. Angela non era sola, ma aveva una sua amica che la aiutava nel servire i clienti e quando Luca entrò erano entrambe intente a mostrare dei cuscini ad una signora , che sembrava non essere molto soddisfatta e l'amica di Angela la condusse nel seminterrato. Angela allora cominciò la visita guidata, che poi era complicata dal fatto che le cose si spostavano un po' da sole e d'altra parte un certo disordine voluto dava una nota ulteriore di eccentricità. La visita si incominciò col mettere in testa a Luca dei sombreri e ad ognuno Luca si doveva girare due volte su stesso toglierselo e chiedere come sembrava . Angela e la sua amica e anche la cliente che guardava non volendo queste esibizioni sembravano molto divertite, Luca un po' meno, ma al terzo sombrero cambiarono genere e passarono al settore dedicato alla macrobiotica dove si trovavano alimenti vari e Angela glieli fece vedere dicendo in linea di massima quale era la filosofia macrobiotica alle spalle, poi disse che lei era una sostenitrice e se voleva potevano prendere un the. Luca annuì ed Angela fece un cenno alla sua amica ed uscì con Luca che la seguiva, si infilò nel primo portone salì al primo piano, aprì un appartamento e disse che quella era casa sua e lì avrebbero preso il the comodamente, che al negozio c'era l'amica, che si mettesse a suo agio. Luca gli chiese se potevano darsi del tu e la risposta fu:" Naturalmente, si!" e Luca vide Angela che lo guardava con aria complice e capì che presto ci sarebbe stato qualcosa di più di un the ed Angela gli chiese se voleva che gli mostrasse la casa al che lui rispose che preferiva le sue gambe e lei sorrise e gli si avvicino e alzò la gonna con un poco di turbamento e gli fece intravvedere forse inavvertitamente qualcosa del colore delicato della sua biancheria .
Ma poi quasi a rimproverarlo del suo ardire gli disse che doveva avere un pochino di giudizio, che era bene che gli facesse vedere la casa, e Luca la seguì. E gli mostrò la sala dove riceveva e gli fece vedere due poltrone che formavano un salottino e nel chinarsi per mostrargli le incisioni ai piedi delle poltrone lasciò intravvedere la scollatura, con una libertà concessa anch'essa senza apparente volontà per lo sguardo di lui di vagare per un istante sul suo seno. E Luca veniva calmo appresso, quasi senza dar peso alcuno a quei segnali, che si vedeva erano fatti con garbo ma estrema chiarezza e determinazione. E lei si mise a preparare il the ma dopo averlo ben scelto e scherzato un poco sulle proprietà della bevanda, che indirizzava e calmava gli spiriti troppo tormentati, ma Luca ora la voleva e la guardava con aria interrogativa e si capiva quello che cercava e lei alfine lo prese per mano e lo portò in camera da letto e poi gli si aggrappò addosso e cominciò a baciarlo sulla bocca e in pochi secondi furono ignudi che facevano l'amore con grande reciproco godimento. E Luca pensò per un attimo a Fabrouka sua compagna di poche ore prima e tutto gli sembrava che evolvesse troppo rapidamente e due amori insieme in una stessa mattinata , va bene che lui aveva un arretrato spaventoso, però troppa grazia tutta insieme , e quando fu il momento, alla calma raggiunta e dopo aver scambiato poche parole con Angela si addormentò colto da questa sensazione, di troppa grazia, che lo lasciava un poco dubbioso.
Al risveglio la sensazione fu invece di colpa. Sentiva un senso di colpa verso l'avvocato, perché in una mattinata si era lasciato andare ed aveva coinvolto in avventure amorose le persone a lui più care. Angela era tornata al negozio e Luca si rivestì in fretta, ma il senso di colpa si fece più chiaro, non era verso l'avvocato che sentiva colpe, era verso le due donne, perché egli era stato capace di infilarsi nel letto dell'una e dell'altra quasi insieme ed aveva la sensazione di una mancanza di rispetto. Ma poi capì che la colpa la sentiva verso quella che rimaneva la sua donna, anche se era scappata via, la colpa la sentiva verso la Concetta che rimaneva attaccata al suo cuore.
Angela tornò e gli chiese come stava, e gli disse che era stata bene con lui, ma che aveva capito che era attaccato alla sua Concetta. "Come avrà fatto, anche lei?" si chiese tra sé Luca. Che disse quasi meccanicamente che il loro era stato un bel momento consolatorio per ambedue.
Luca tornò subito dopo a casa dell'avvocato e pranzò insieme con lui. L'avvocato gli chiese come aveva trovato il negozio della figlia e lui rispose che era molto grazioso ma cambiarono subito argomento e l'avvocato gli ricordò la terra e la questione agraria e il mondo che stava abbandonando la terra al suo destino. E mentre parlava impallidì visibilmente e Luca capì che aveva un nuovo malore e si precipitò al telefono a chiamare il dottore e Angela.
Capitolo diciottesimo
Il dottore ritornò e constatò che stavolta non era stata una crisi respiratoria ma un vero e proprio mancamento , una crisi generale dalla quale l'avvocato si stava riprendendo. Fece un attento esame elettrocardiografico e chiese all'avvocato dettagliatamente come aveva avvertito il malessere ma la descrizione dettagliata che gli faceva l'avvocato non lo soddisfaceva e faceva domande su che cosa potesse avergli creato quella situazione, su quali emozioni avesse provato e non si lasciava convincere che si fosse sentito male mentre parlava della terra abbandonata, ci doveva essere sotto qualcosa di diverso, qualcosa che lo toccava nel più profondo, qualcosa che doveva averlo emozionato profondamente.
Luca ascoltava con attenzione ma da un certo momento fu colpito da una sensazione di vuoto profondo, di grande solitudine, come se la stanza perdesse ogni suo oggetto e tutte le persone che lo circondavano diventassero dei fantasmi. Sentì di non essere al posto giusto al momento giusto, si sentì fuori posto, si chiuse a riccio e sentì che aveva bisogno di qualcosa che gli mancava immensamente. E mentre il dottore terminava la sua visita poco convinto di quanto era accaduto e esponendo la necessità di più approfonditi esami ed accertamenti, Luca sentì come in lontananza quelle parole e si ripromise di fare altrettanto, che doveva tornare a casa sua, che aveva bisogno di pensare un attimo alla sua situazione, che doveva riempire meglio la sua vita, che anche per lui forse erano necessari esami ed accertamenti nuovi. Decise così di ripartire subito e dopo poche ore era a Fondi a casa della sorella che gli disse che lo avevano cercato, e che due volte lo aveva cercato una donna che diceva di essere Gnetta che aveva lasciato anche il telefono. Luca allora si ricordò di Gnetta, che anni prima della prigione era una ragazzetta ritornata da poco dagli Stati Uniti con i genitori e che aveva parlato alcune volte con lui; ora doveva essere una donna, forse sposata, e chiese alla sorella che disse di non conoscerla affatto e che se voleva poteva chiamarla al telefono.
Luca telefonò al numero e chiese di Gnetta ad una voce femminile che rispose. La Gnetta venne all'apparecchio e disse subito che era molto contenta di risentirlo e che aveva bisogno di parlare con lui; quando lui le chiese se poteva accennargli qualcosa lei disse che era meglio se si vedevano di persona e Luca gli chiese dove e lei gli disse che scegliesse lui e si diedero appuntamento per il giorno dopo alle 10 al mare, sulla spiaggia di Santa Anastasia, vicino alle chiuse del lago.
Il giorno dopo a quell'ora Luca De Francesco se ne stava rannicchiato sulla sabbia appena asciutta a guardare lontano l’orizzonte sul mare. L’immensità e insieme il rumore di fondo, che sembrava una lingua e un ripetersi di parole sussurrate, che il mare diceva a lui o che almeno era lui a sentire, lo lasciavano affascinato e soggiogato a guardare imbambolato come se cercasse qualche cosa di preciso nell’orizzonte in cui il cielo e il mare si confondevano. In cui s'intravvedevano i contorni di piccole barche e insieme le sagome lontane delle isole. Quell’angolo di spiaggia era particolarmente bello, perché da una parte c’era la duna, che scendeva verso il mare, ricca di vegetazione in alto; e una strada litoranea non asfaltata sulla quale ogni tanto passava qualche veicolo, che metteva una linea di separazione tra la duna e il mare da una parte e le terre e il lago dall’altra. E chi sapeva guardare poteva cogliere la bellezza dei colori che si andavano a cambiare da una parte nel mare e dall’altra nelle terre e nel lago e i contrasti e le influenze del cielo su di loro e come suggestiva apparisse in ogni suo modo la grandezza del mare e come essa toccasse ogni punto del panorama e ne determinasse il modo di essere e apparire.
Luca era un appassionato di quel posto in cui da bambino aveva imparato a guardare in profondità e a sentire il mare nei suoi diversi linguaggi esprimersi con chiarezza e ne conosceva la voce sorda e profonda e minacciosa e oscura, e anche la voce chiara, tranquilla e forte, e anche la voce incerta, misteriosa; insomma sapeva che il mare gli parlava con diversi modi e lui lo ascoltava con interesse e emozionato sentiva il messaggio e si chiedeva se era il suo colloquio, o se tutti sentissero la stessa cosa. Questo per la verità era un lato che non era capace di esplorare, perché certe cose naturalmente rimangono nell’intimità della persona ed anche perché diventa difficile che esse escano e siano comprese a pieno dagli altri. Anche perché ognuno di noi ha un suo colloquio o meno con la realtà che lo circonda e il contenuto di esso rimane sempre un po’ misterioso per gli altri, sia per una evidente difficoltà a portarlo agli altri, sia a farlo capire in un linguaggio semplice o con comuni espressioni. Il linguaggio a volte può non essere sufficiente a dare significati ed espressioni a sensazioni o anche a parole che si sentono nell’intimo e che ci vengono da un nostro rapporto con le cose della vita.
Se ne stava perciò Luca sulla sabbia e guardava verso il mare e allora si avvide della giovane donna che correva dalle dune verso di lui e il suo sguardo si rivolse verso di lei.
Veniva la giovinetta da un punto in cui c'era lo sbocco del rio in cui il canaletto che fuoriusciva dal lago marino s'infilava nel mare; in quel punto c’era una chiusa che consentiva di disciplinare all’uomo la apertura o meno e la fuoruscita dal lago verso il mare, quando il mare era calmo, o viceversa l’imbocco verso il lago del mare, quando era mosso e agitato; e che funzionava da ricambio per il lago marino con l'avvicendarsi delle maree.
Non è che lei corresse con continuità, perché ogni tanto interrompeva la corsa, come le mancasse il fiato: per cui faceva un po' di passi normali ma appena era in grado riprendeva a correre. E la sua figura si staccava netta anche perché indossava una veste scura.
Luca si alzò e le si avviò incontro anche perché era certo che proprio lui inequivocabilmente stesse cercando.
La figura femminile in corsa dalla duna si staccava nettamente dallo sfondo e lasciava forse un poco perplessi che la scena avvenisse agli occhi dello spettatore con lo scenario invertito: perché certamente per uno spot pubblicitario si sarebbe scelto lo sfondo dal mare e non quello dalla duna. E forse questo colpì Luca e lo sorprese, la somiglianza con qualche immagine spettacolare già vista ma che si ripeteva nella realtà in maniera completamente differente, quasi prendendola da un altro punto di vista, ma se questo avvenne non fu certo oggetto di una riflessione, ma fu colto come qualcosa di vago e strano. Forse invece diventa una pausa di riflessione nel racconto, perché le raffigurazioni perfette che vengono proposte in questo continuo alternarsi di spot nella realtà a volte si manifestano sotto altri punti di vista, da altre angolazioni e noi ce ne accorgiamo con sorpresa, a volte la realtà ci si prospetta in maniera molto simile a quella che ci è stata spesso presentata negli spot e siccome noi siamo abituati a vedere questi ci sembra qualcosa di familiare, ma non riusciamo a capire bene il perché. Anche perché non sappiamo quanto siamo influenzati nel nostro rapporto con la realtà da una visione astratta che siamo costretti a farci di essa dalle immagini che ci riempiono la mente e quanto tutto ciò possa farci perdere o largamente diminuire le nostre capacità di percezione, fino a ridurle od alterarle completamente, come se noi nel guardare un albero rivedessimo in fondo quella immagine tanto familiare degli spot che vediamo sin da bambini e il nostro diventi un rapporto con una realtà strana, falsata dalla grande quantità di immagini che assorbiamo quotidianamente e rispetto alle quali si adegua la nostra percezione.
Man mano che lei si avvicinava si faceva familiare l'immagine e Luca riconosceva Anita detta Gnetta, la ragazza che era tornata, pochi mesi prima che avvenissero i fatti che avevano portato alla incriminazione e alla prigionia di Luca, insieme ai genitori dagli Stati Uniti dove era cresciuta e per questo era allora molto particolare nei modi e nei comportamenti e su di lei ricordava che circolavano storie strane ed anche molti pettegolezzi e si diceva che ancora non si sapeva dove fosse, se in America o in Europa o sulla luna. Luca non si era lasciato a suo tempo facilmente influenzare dalle chiacchiere; trovava tuttavia naturalmente strano quel correre e tutta quella fretta che veniva a cambiare un suo stato di quiete che regnava tutt'intorno.
Gnetta era una figura allungata, era piuttosto alta, aveva i capelli bruni ricci raccolti indietro in una coda di cavallo; il suo viso era di un ovale leggermente allungato, in cui si fermavano due grandi occhi neri e una bocca piccola atteggiata al sorriso leggermente aperta da cui si vedevano bianchi denti dell’arcata superiore. Indossava una veste semplice lunga nera, forse perché in lutto; era facile pensare questo perché il lutto si addiceva particolarmente alle donne che lo portavano per la perdita di parenti e di affini fino a lontani gradi e spesso non lo smettevano per lunghi periodi di tempo. Era una donna giovane ma dimostrava qualcosa in più dei suoi ventisei o ventisette anni ma questo era regolare.
Luca la salutò con la mano via via che si avvicinava a lui.
Anche lei lo salutò e appena vicina tutta trafelata quasi gridando a voce alta gli fece:
"Luca, bisognava che ti parlassi da sola, e hai fatto bene a scegliere questo posto, io da tanto tempo ho bisogno di parlarti, ma non potevo, anche perché l'argomento è….."
"Oh, Gnetta, veniamo al dunque, tu avevi bisogno di dirmi qualcosa e poi….cos'è tutto questo mistero…"
"E poi ……non è facile, Luca, il fatto è che parlare di certe cose e ….di persone assenti ..non è semplice…"
"E allora mi vuoi dire forse qualche cosa rispetto a una persona assente….lontana?"
"Si, Luca, hai capito, ti debbo parlare di Concetta."
"Sta in India…questo è vero?!?"
"Si, è scappata via, col nipote del prete, Carmelo, tanti anni fa, alcuni mesi prima del tuo processo. E so per quanto ho sentito dire che sta in India. Non so dove. Ma prima di partire Concetta si confidò con me, mi cercò disperatamente per confidarsi, e mi disse che doveva scappare perché ………… perché era rimasta incinta, proprio per questo…. e che non se la sentiva in nessun modo di affrontare ulteriori umiliazioni, che non riusciva nemmeno a sopportare con l'immaginazione, nel paese……."
"Incinta? E chi ….forse…… il nipote del prete, Carmelo si chiama…..se ricordo bene…? Con lui so che è scappata, e allora se due più due fanno quattro….."
"E no, Concetta non mi ha detto molto, ma io ho pensato per tutto questo tempo che il padre fossi tu…. e per questo ti ho cercato……… perché certe cose si possono tacere e altre no……..certi segreti non ce li possiamo tenere dentro in eterno… anche perché premono con tale forza per uscire che non possiamo più tenerli a bada……….."
"Ma te l'ha detto proprio Concetta che il padre forse……….ma io non ricordo molto bene e……..certo che questa è una novità grossa, troppo, troppo grande……. e poi così di colpo…… che mi sorprende e mi lascia proprio ………intontito…."
"Mah, Concetta me l'ha detto……. e non me l'ha detto, sai come si sta in certi momenti, sai quanti segreti si tengono in grembo, ma io avevo la sensazione…. che lei dovesse proteggere quella gravidanza da tutto e allora ho pensato a te e questo pensiero è rimasto fisso ed io non so spiegartelo, ma ho dovuto dirtelo, perché avrei avuto il rimorso per tutta la vita se avessi taciuto…"
"E come, dopo tanti anni, io che non sapevo nemmeno che fine avesse fatto lei, e tu non potevi scrivermelo, anche se stavo in carcere….se sentivi questa forza….perché hai taciuto per tanti anni?"
"E come facevo a dirtelo, prima? E come facevo a scriverti ? E poi questo è il mio ricordo e insieme il mio segreto che non potevo sbandierare né mettere per iscritto…."
"Certo, la cosa è delicata…… tu giustamente hai voluto dirmelo direttamente……..però ora io non so che fare…"
Rimasero in silenzio e si sentiva il fruscio del mare dal quale tutti e due cercavano una risposta .
E il mare fece sentire a Luca la sua voce e gli sussurrò che doveva rivederla, che doveva accertarsi di come stavano le cose, che non poteva restare tutta la vita nei dubbi.
Luca fu come rinfrancato da questa sensazione e guardò Gnetta con un sorriso e la ringraziò per come aveva trovato il modo di dirgli quelle cose e perché aveva tenuto il segreto per tanto tempo. E Gnetta lo rassicurò che come lo aveva serbato finora, così lo avrebbe tenuto nel suo cuore, perché nessuno potesse saperlo e creargli nuovi e complicati problemi.
Si salutarono con un abbraccio e augurandosi a vicenda le cose migliori e dandosi un arrivederci. Risalirono insieme sulla strada e lì si separarono, ognuno per la sua strada.
Luca si ritrovò quella sera a pensare e ripensare su quel colloquio, e sentiva che era arrivato il momento di chiarire a se stesso che cosa cercava, e capiva che era arrivato il momento di cercare Concetta.
Alla fine una decisione si faceva avanti, quella di andarsene alla ricerca di Concetta, di ritrovarla, di rivederla, ed era un desiderio crescente via via che avanzava la notte.
Capitolo diciannovesimo
La mattina seguente Luca tornò a Roma a casa dell'avvocato per chiedergli consiglio ma soprattutto per salutarlo ed avere conforto per la decisione presa.
Fu accolto con grande calore. L'avvocato era allettato ma stava meglio ed era in condizioni abbastanza buone.
Luca gli disse che aveva deciso di andare a cercare Concetta e che sarebbe partito per l'India, che aveva i soldi per il viaggio, perché in carcere aveva messo da parte una certa somma, e che veniva a chiedere il conforto di un consiglio e di una benedizione.
L'avvocato gli disse che lui poteva dare qualche consiglio legale e su quello era pronto, ma per il resto non era il suo campo e in quanto alle benedizioni non ne aveva l'autorità religiosa, ma che comunque se ci teneva, gli avrebbe dato tutti i consigli e le benedizioni che voleva, e che era contento che si fosse risoluto a trovare una svolta, che questa sua storia d'amore lo aveva coinvolto moltissimo e che ora finalmente quel viaggio che avevano progettato tanto tempo prima si realizzava.
"Credete che la troverò facilmente?" chiese Luca quasi con timidezza.
"Penso che dovresti prima cercare un poco dove portano gli indizi" gli disse l'avvocato " insomma dovresti fare una piccola indagine per vedere quali sono le sue tracce, se ne ha lasciate. Se ti trovi in difficoltà allora rivolgiti a qualcuno, magari sul posto."
"E se non dovessi venire a capo di nulla?" fece Luca preoccupato.
"Beh, qualcosa avrai in mente, figliolo, non sei uno sprovveduto, e non manchi di iniziativa……"
"Sì, ma tracce mi sa che non sarà facile trovarne e lì, per quanto ne so, ci sono un miliardo di persone in un territorio dieci volte l'Italia e io non so proprio da dove cominciare….."
"Se non sai da dove cominciare, o cominci comunque o lascia perdere, se ti scoraggia il viaggio…"
"No, non dicevo questo, avvocato, avrei bisogno di qualche punto da dove partire….."
"Comincia col decidere, Luca, e parti, vai, perché ora hai l'occasione e non lasciartela sfuggire!"
"Oh, così va bene, partirò presto, ora sono più sicuro"
Anche Fabrouka che aveva non volendo ascoltato tutto volle dire la sua e disse che di qualunque cosa avesse avuto bisogno lei era pronta e disse a Luca che voleva aiutarlo, anche simbolicamente e Luca si accorse che metteva una busta sul tavolo della sala e capì che era per lui.
Nel frattempo sopraggiunse trafelata Angela che fu messa al corrente della decisione di Luca dall'avvocato mentre Luca aveva visto il contenuto della busta di Fabrouka, che conteneva una modesta somma di denaro e un biglietto con cui lo pregava di accettarla.
Confuso Luca non sapeva che cosa dire e l'avvocato gli mise in mano un'altra busta con dei soldi e ai suoi tentativi di rifiuto fu opposto un tenacissimo: "Accettali, Luca, ti prego, non dire niente, ti potranno essere utili comunque" e così non aveva avuto il tempo di pensare alla prima busta che ne era piovuta un'altra e non aveva argomenti né per l'una né per l'altra anche perché si sarebbe dovuta mettere su una discussione e non ne aveva voglia alcuna e così Luca ringraziò l'avvocato e ringraziò Fabrouka e si accorse allora che anche Angela aveva preparato una busta e la ringraziò in anticipo per non perdere ulteriormente tempo.
"Siamo noi che ti ringraziamo"- fece Angela.
"Ma di che?" chiese Luca
"Di tutto" fece Angela, mentre l'avvocato e Fabrouka sorridevano.
Luca era sempre più impacciato e non trovava le parole ma gli venne in aiuto l'avvocato che gli chiese: "Allora, quando pensi di partire, Luca?"
"Anche subito" fece lui, contento di essere tolto dall'impaccio.
E di fatto si informò telefonicamente sulle linee per l'India e decise che sarebbe potuto partire anche dopo pochi giorni con un volo delle linee arabe per Nuova Delhi. Comunque si sarebbe recato di lì a poco in un'agenzia di viaggi consigliata dall'avvocato.
Che lo esortò ad andare subito, così avrebbe potuto prendere ogni informazione, avere opuscoli, programmare il viaggio, ed anche avere consigli su come cercare meglio la Concetta.
I convenevoli di saluto furono molto semplici e Luca tra i sorrisi e gli auguri di tutti si accomiatò.
Una volta fuori del portone si chiese se era stato giusto accettare quegli aiuti che gli arrivavano da tutte le parti, ma poi fu preso da un pensiero per la salute dell'avvocato e si domandò se lo avrebbe ritrovato al suo ritorno, perché lui partiva, aveva deciso, ma era sicuro che sarebbe ritornato, se non altro per venire a trovare l'avvocato e si ripromise questo.
Nel frattempo si avviò all'agenzia di viaggi consigliatagli, che stava vicino a Piazza Barberini.
Per partire aveva bisogno del passaporto e questo gli fu subito comunicato e il passaporto gli avrebbe fatto perdere un poco di tempo e gli fu chiesto se aveva problemi con la giustizia e lui rispose prontamente di no, anche se sapeva che qualcuno ce l'aveva avuto e non sapeva quanto avrebbe potuto incidere.
Per il passaporto Luca non ebbe alcun problema.
Si accorse così che la sua condanna era come se fosse stata cancellata, era come se non fosse successo niente.
Comunque la Questura cui si rivolse fu più che sollecita a fargli avere il documento nel giro di un paio di settimane. Quando ebbe il passaporto e dopo aver fatto le vaccinazioni obbligatorie comprò il biglietto aereo.
E una settimana dopo, in una mattinata afosa dei primi di luglio, Luca si ritrovò a partire dall'aeroporto di Fiumicino. Insieme a tante persone che andavano e venivano da tutte le parti del mondo che giravano per l'aeroporto. Si mischiò a quella folla di viaggiatori che avevano un po' tutti fretta, che guardavano con ansia gli schermi, alcuni che sedevano ostentando una certa tranquillità e familiarità con i luoghi, altri che andavano e venivano piuttosto nervosamente; gruppi di amici che si riincontravano, famiglie che si ricomponevano o che accompagnavano qualcuno, italiani qualcuno, molti stranieri e molti accompagnatori delle agenzie turistiche con dei cartelli per farsi riconoscere dai viaggiatori in arrivo; molti giapponesi, molti arabi con i loro mantelli, molte donne orientali, molti giovani in partenza. Era simile alla folla misteriosa che si agita nelle grandi metropoli, viaggiatori con una destinazione precisa ma sempre un pochino incerti, e soprattutto timorosi di incontrare i loro sguardi con quelli di sconosciuti e preoccupati di restare nel loro anonimato.
Luca si avviò al suo aereo e si infilò nel check-in. Aveva solo un bagaglio a mano poco ingombrante, un piccolo zaino, per cui non ebbe alcun problema per i bagagli. E si ritrovò insieme a molti indiani, uomini e donne, a qualche arabo e a diversi italiani.
L'aereo era delle linee aeree saudite e avrebbe fatto scalo a Jeddah dove si sarebbe fermato per sei ore per poi ripartire per Nuova Delhi. La durata del viaggio prevista in tutto era di circa 20 ore. La partenza era intorno alle 8 e l'arrivo era previsto per le 4 del mattino. Un pullmino li accompagnò all'aereo, sul quale presero posto . Luca si ritrovò un posto sul corridoio. Erano file di tre posti e accanto a lui c'era un giovane toscano che subito attaccò bottone e cominciarono a conversare.
Il giovane si chiamava Antonio, per gli amici Tony, e andava in India da solo. Spiegò subito che lui andava in India per un itinerario spirituale, che era la terza volta che faceva quel viaggio, che in India trovava spazi per la meditazione e che ci tornava volentieri dopo un anno di lavoro. Era un insegnante di matematica alle scuole superiori ma aveva bisogno di trovare qualcosa, e in India, in un centro particolare che Luca non capì bene, si ritrovava con dei compagni e lì faceva diverse attività, dedicando gran parte della giornata alla meditazione. Chiese a Luca con una certa tranquillità se anche lui cercava la sua pace e Luca gli confessò subito che andava a cercare una persona di cui si erano perdute le tracce diversi anni prima.
Avevano cominciato a chiacchierare ormai da diversi minuti, quando l'aereo decollò e Luca senti forte un ronzio alle orecchie e una sensazione di vuoto nello stomaco; sensazioni che scomparvero dopo un paio di minuti, quando l'aereo si era stabilizzato in volo. Era la prima volta che volava e Tony se ne accorse e gli chiese premuroso se tutto andava bene e Luca annuì.
Dopo alcune ore l'aereo atterrò a Jeddah, un grande aeroporto dell'Arabia Saudita. Un aeroporto nel deserto che serviva molte linee ed era un grande snodo aereo. Si sarebbero fermati quattro ore e furono fatti scendere. Un grande caldo li accolse sulla pista, ma furono portati da un pullmino con aria condizionata all'interno dell'aeroporto, anch'esso con aria condizionata.
E lì Luca si confidò di più con Tony, dicendo che cercava una donna, o meglio la sua donna, che si chiamava Concetta, che però non sapeva da che parte cominciare, non era nemmeno del tutto sicuro di trovarla, ma che aveva deciso di cercarla. Tony lo ascoltava in silenzio e lo rassicurò, l'avrebbe certamente trovata e lui gli consigliava di rivolgersi al consolato italiano e che una volta a Delhi gli avrebbe dato le indicazioni per andarci.
Capitolo ventesimo
Si riimbarcarono e l'aereo decollò nuovamente per New Delhi. Si alzò ad alta quota e sotto si vedevano le terre ed il mare. L'aereo si inoltrava verso il Pakistan seguendo la sua rotta che passava sopra il Mar Rosso e l'oceano Indiano. L'aereo poi incominciò a volare tra banchi di nuvole bianche. Poi le lasciò in basso e poi uscì nel cielo azzurro. Dopo un po' si incominciarono a vedere nitidamente le altezze del Kashmir e insieme il mare. Poi l'aereo si inoltrò nel cielo dell'India e in lontananza si vedevano le montagne dell'Himalaya e sotto gli altopiani e le pianure. Dopo aver percorso i cieli dell'India per circa due ore cominciò la manovra di atterraggio a New Delhi. Con poco più di venti minuti di ritardo atterrarono.
Tony dovette attendere circa un'ora per avere il suo bagaglio e Luca lo attese pazientemente osservando la folla dei viaggiatori indaffarati. Uscirono dall'aeroporto, presero un mezzo e si ritrovarono nella metropoli, immersi in un grande traffico automobilistico e in un andirivieni di una folla di pedoni sui marciapiedi.
Tony fu di parola ed accompagnò di persona Luca al consolato italiano. Lì si salutarono e Tony gli lasciò il numero del suo cellulare e gli disse che se aveva bisogno di aiuto poteva chiamarlo.
Al consolato Luca fu ricevuto da una signora che lo trattò con molta gentilezza. Luca gli disse qual era la ragione del suo viaggio e la signora allora si attaccò al telefono e cominciò a dare tutte le informazioni che aveva ricevuto su Concetta. Dopo qualche minuto lo accompagnò da un altro funzionario con cui aveva parlato telefonicamente e questi stava al computer cercando qualcosa. Gli disse che aveva trovato il nominativo, ma che le informazioni in suo possesso erano di circa nove anni prima e che bisognava che le verificasse.
Per questo bisognava aspettare un po' di tempo, perché loro avevano il quadro generale che forse aveva in molti casi bisogno di essere aggiornato; perché le loro informazioni erano quelle che avevano al momento dello sbarco e molto spesso si perdevano le tracce, in quanto in India non c'erano limitazioni allo spostamento per le persone. Luca chiese di quanto tempo ci sarebbe voluto e il funzionario cortesemente gli rispose che se fosse passato dopo un paio giorni forse sarebbe stato in grado di dargliene di più precise.
A lui comunque risultava che Concetta Fiorelli era sbarcata in India quasi nove anni prima, che aveva un visto turistico e al momento non sapeva altro. Avrebbe dovuto consultare le autorità indiane e chiedere se aveva ottenuto dei permessi per restare e se si trovava ancora in India. Gli consigliò pertanto di pazientare un paio di giorni al che Luca se ne stava andando rassegnato quando gli disse che poteva rivolgersi direttamente alle autorità indiane o forse meglio a degli investigatori, e gli diede un indirizzo di un investigatore di sua fiducia, che si chiamava Peter Link, era un inglese che aveva un'agenzia di informazioni turistiche ma faceva anche delle ricerche sulle persone smarrite.
Luca trovò con qualche difficoltà quest'agenzia e chiese in inglese di parlare direttamente con il titolare ma gli risposero che era impossibile perché era in viaggio. Una ragazza indiana piuttosto giovane dai profondi occhi neri lo ascoltò, poi si mise al computer e dopo una diecina di minuti gli disse che c'erano delle tracce di una Concetta Fiorelli che stava a Bangalhoore, un piccolo centro vicino a Faizabad a circa settecento chilometri di distanza e che lavorava in una piccola azienda agricola. Gli diede tutte le informazioni per recarsi nella zona. Naturalmente Luca dovette pagare il servizio e furono piuttosto esosi, e indifferenti rispetto alle sue domande sulle possibilità di un rimborso se le informazioni si fossero dimostrate poi poco attendibili, e questo rassicurò Luca, cui peraltro rimaneva abbastanza denaro per affrontare il viaggio, anche se diminuivano i denari per un suo ritorno, ma di questo non era minimamente preoccupato.
Luca prese un pullman per andare a Faizabad. Il mezzo era affollatissimo e pieno di bagagli di ogni genere. C'era chi si portava appresso numerose galline, c'erano delle donne che portavano delle damigiane e altre degli otri; c'erano nel pullman alcuni sacchi di sementi che facevano una specie di sbarramento, dei tappeti attaccati in alto, c'erano delle gabbiette con dentro i canarini; e c'era un gruppo di religiosi che pregavano ad alta voce.
Il pullman si fermava a richiesta e ad ogni centro abitato che si incontrava. Scendeva qualcuno, salivano altri.
Quando aveva un poco di strada libera da fermate allora l'autista si lanciava a alte velocità ma questo accadde di rado, anche perché la strada spesso era in non buone condizioni.
Vicino ad un centro abitato il pullman si fermò perché alcune vacche stavano al centro della strada e non si spostavano. Aspettarono circa dieci minuti tutti in silenzio che gli animali si spostassero da soli senza che nessuno si meravigliasse e le vacche si spostarono quando un uomo porto loro delle biade.
Faceva caldo, un caldo piuttosto forte, ma Luca si rese conto che era uno dei pochi che sudavano.
La maggior parte dei viaggiatori era come se non lo avvertissero e non erano minimamente messi a prova dalla temperatura dell'aria.
Peraltro il pullman aveva molti finestrini aperti e la sensazione era un pochino mitigata.
Ad un centro Luca dovette prendere un altro pullman, più piccolo , ma ancora più affollato. Non trovò stavolta un posto a sedere e viaggiava in piedi e dovette fare un centinaio di chilometri così, poi si liberò per lui un posto e fu veramente felice, perché sentiva di essere stanco.
Questo viaggio era interminabile, era già da dieci ore sul pullman e mancavano ancora più di un centinaio di chilometri.
Quando arrivò a Faizabad Luca si era addormentato e si risvegliò dopo che il pullman aveva superato la città.
Scese appena possibile .
Era notte piena, un cielo pieno di stelle fulgide. Luca si mise a dormire in un prato.
Capitolo ventunesimo
Al risveglio cominciò a fare domande sull'indirizzo che aveva ricevuto all'agenzia e si rese conto di essere vicino. Qualcuno lo mise sulla buona strada e si infilò in una piccola azienda agricola dove c'erano delle gigantesche zucche e Luca capì allora di essere arrivato e cominciò a gioire, perché riconosceva quelle zucche e sentiva che molto presto avrebbe rivisto Concetta.
E cominciò a correre verso un piccolo capanno che sembrava il centro delle attività, da dove aveva visto uscire delle persone. Il capanno fungeva infatti da ricovero attrezzi, e anche un po' da ufficio, o almeno così sembrò a Luca che vi trovò una vecchia contadina e allora lui cominciò a chiedere di Concetta e la donna lo accompagnò fuori e gli indicò un campo non lontano in cui si vedevano delle donne al lavoro e gli fece cenno di una che aveva un fazzoletto rosso.
All'avvicinarsi di Luca le donne smisero il lavoro e si chiedevano da dove venisse e che cosa cercasse quel viaggiatore.
La contadina con il fazzoletto rosso si voltò e lo scrutò con estrema attenzione, anche Luca la guardava e cercava e riconobbe Concetta e anche lei lo riconobbe e gli corse incontro e si incontrarono e si abbracciarono. E cominciarono a parlare. Luca raccontò in breve tutta la sua vicenda , il processo, la condanna, la carcerazione, poi l'inaspettata liberazione e la confessione del vero autore del delitto. Disse che aveva saputo della sua fuga in India insieme al nipote di Don Pasquale e che aveva parlato con Gnetta che gli aveva parlato di un loro colloquio prima della fuga e che secondo lei era fuggita perché aspettava un bambino. Al che Concetta scoppiò a ridere e raccontò della sua fuga dal paese, che si era fatto insopportabile per lei. Non era vero che fosse incinta, era un pensiero che la tormentava perché aveva avuto delle irregolarità nel ciclo. E così il segreto di Gnetta perdeva ogni suo significato. Era scappata insieme a Carmelo che aveva progettato la fuga. Carmelo non ce la faceva più a resistere a Fondi, soprattutto perché sentiva forti le aspettative che lo zio prete aveva messo su di lui per la successione nella parrocchia ; e poi perché lui era omosessuale e non riusciva più a nascondersi, e non avrebbe sopportato l'amarezza che avrebbe dato allo zio l'apprenderlo. E così aveva programmato la fuga e lei si era unita in quel progetto, perché così usciva da quel tormento; e lo scandalo che sarebbe derivato dalla sua fuga avrebbe fatto gioco a tutti e due, a lei che ufficialmente era scappata col nipote del prete, a Carmelo che così non avrebbe più dovuto nascondersi e avrebbe lasciato in tutti un buon ricordo e non si sarebbe più dovuto tormentare nel dover giustificare il suo scarso interesse verso le donne, che Don Pasquale aveva scambiato con una tardiva vocazione e su cui aveva costruito tanti progetti. Luca era sollevato dal suo racconto e soprattutto dal fatto che lei non era fuggita perché incinta, e che quei suoi dubbi si erano rivelati giustificati.
Le chiese se viveva insieme a Carmelo al che lei sorrise e disse che Carmelo aveva trovato un compagno indiano, più giovane di lui, che da lui aveva imparato a fare l'incantatore di serpenti e che questa era la sua attività e che girava con il suo compagno per le città e facevano dei lunghi viaggi, ma ogni tanto si faceva vivo e che era tornato l'ultima volta due mesi prima. Era molto bravo nel suo lavoro, aveva cominciato con dei serpenti innocui ma adesso aveva un cobra e riusciva ad incantarlo con la sua musica e lo portava sempre con sé in un sacco e poi apriva il sacco quando suonava e il serpente era come addestrato, faceva ruotare il suo capo al suono della musica, era straordinario, sembrava che conoscesse la musica.
Concetta gli rivelò che aveva avuto un certo successo con la coltivazioni delle zucche giganti, di cui si era portata i semi. E questo successo era anche dovuto ad un piccolo trucco che lei aveva usato. Quando era arrivata in India avevano vissuto i primi tempi in un sobborgo vicino a Bombay e lì si era accordata con Carmelo ed un giorno aveva detto ad un indiano che lei conosceva dei semi che trovava nel mare e l'indiano non ci credeva ; e Carmelo era andato insieme a loro al mare di Bombay ed aveva finto di tirare fuori dal mare i semi di zucca, che invece aveva con sé. E i semi che venivano dal mare avevano poi generato i loro frutti e la storia dei semi dal mare aveva colpito l'indiano che l'aveva raccontata in giro e aveva fatto scalpore. E poi delle zucche così enormi neanche in India le conoscevano e lei si era adoperata per far conoscere anche le ricette e la zucca gigante aveva avuto un grande successo.
Mentre parlavano, si avvicinò un piccolo indiano, che cominciò a parlare con Concetta e gli faceva delle domande e Luca non capiva perché parlavano in indiano. Concetta lo guardò e gli disse che quello era suo figlio, che aveva sette anni, che il padre era un indiano con cui però lei non si era sposata né si vedeva più da circa cinque anni. E Luca le chiese se non aveva problemi, in India, in questa situazione, con un figlio e senza essere sposata, per quel che lui aveva capito. Concetta gli confermò che aveva capito bene e disse che non vi erano particolari problemi ora che si era sistemata a Faizabad, che aveva un ottimo rapporto con la comunità e soprattutto era guardata con grande ammirazione dalle donne che lavoravano con lei. Che il problema era vivibile diversamente da posto a posto nell'India. Che la sua situazione non era poi così diversa da quella di tante altre donne in tutto il mondo. E cominciò a parlare delle donne in India. Un universo a parte, che vivono da una parte con una certa sopportazione e indifferenza grandi e secolari ingiustizie e dall'altra che hanno in sé una forza straordinaria capace di trasformare il mondo, forza che traggono proprio dall'atavica pazienza e dalla loro rassegnazione agli eventi. Forse era la religione, forse un insieme di fattori, comunque le donne avevano un grande orgoglio femminile e soprattutto erano capaci di solidarietà portando aiuto a chi ne ha bisogno in maniera spontanea ed immediata. E poi avevano un concetto dell'amore e della famiglia meno complicato e più semplice, e avevano un certo forte rispetto per la vita degli animali. Insomma era difficile che trasformassero una comunità in una grande competizione di parole e di forze oscure come era successo nel loro paese. E avevano grande rispetto per il lavoro manuale e per quello creativo ed amavano veramente i bambini, che venivano immessi appena possibile nella comunità e educati da tutti.
E Luca cominciò a guardare con un certo interesse il piccolo indiano.
Che a sua volta osservava Luca con gli occhi scuri fissi su di lui, era un uomo che conosceva la mamma, era bianco ma piuttosto trasandato, aveva una grande familiarità con la mamma e li aveva visti abbracciarsi.
Luca chiese allora come si chiamava e il piccolo rispose che si chiamava Madhu e gli chiese a sua vola il nome e Luca gli disse anche il cognome.
Chissà quante domande si faceva il piccolo su questa novità che era arrivata nelle loro vite. Chissà che cosa ne pensava.
Luca chiese che cosa avrebbe potuto fare lui e chiese anche dove erano gli uomini, perché aveva visto solo donne finora, e se gli uomini lavoravano la terra. Seppe così che la maggior parte degli uomini aveva abbandonato l'agricoltura, almeno in quella zona , che era una delle più fertili per l'intera India. Gli uomini rimasti si dedicavano più ai lavori meccanizzati, ai trattori, alle macchine agricole, a sistemare le case, le baracche, ai lavori edili e comunque anche lì , almeno in grande maggioranza, avevano scelto di lasciare la terra, per cercare lavori magari molto più umili e peggiori nelle grandi città, in cui tutti arrivavano con grandi speranze e poi rimanevano a vivere nelle baraccopoli di periferia accontentandosi di rimanere comunque lì, perché lì c'era l'occasione di riscatto per la loro vita, lì era la loro nuova opportunità, lì si vivevano i nuovi drammi, lì si consumavano i nuovi amori. La terra perciò, disse Luca, anche in India viene abbandonata. E Concetta annuì. E Luca risentì le parole che aveva scambiato con l'avvocato sulla terra abbandonata che si dimentica la propria dimensione e che come impazzita si ribella, perché si è smarrita. E disse a Concetta che gli uomini avevano perso il loro contatto con la terra e che la terra si era smarrita.
Il piccolo Madhu allora chiese alla madre che cosa avesse detto Luca, perché lui capiva qualcosa dell'italiano ma non aveva capito bene l'ultima frase. E la donna gli tradusse in indi. E il piccolo Madhu sorrise e disse che era come se la terra fosse entrata in un fitto bosco e che non trovasse più la via di uscita; la terra si era persa nella giungla. Doveva far attenzione alle bestie feroci.
Aveva parlato con grande saggezza, pensò Luca, che si accorse che il concetto del bambino era molto più concreto delle sue riflessioni.
Concetta gli disse che se lui voleva restare avrebbe comunque potuto fare come voleva lui, perché non esistevano lavori per uomini e lavori per donne, non c'era una regola precisa su questo, che le donne si erano in quel posto mostrate più capaci nell'organizzarsi insieme, e che a questo lui doveva abituarsi, al discorso di lavorare insieme, che nell'agricoltura italiana era in forte difficoltà e che almeno lì era la regola; e Luca allora disse che prima avrebbe voluto essere presentato e poi avrebbe chiesto ai più e poi avrebbe deciso mano mano giorno per giorno e Concetta gli disse che così era bene che era possibile ed era una scelta intelligente. "Bravo, Luca" fece Madhu e Luca sorrise e poi lo volle abbracciare. E sentì un mistero in quell'abbraccio, e si chiese se quello fosse il suo percorso, fosse quella strada misteriosa per cui si era tanto tormentato e per cui si era mosso come spinto da una forte disperazione a venire in India a cercarla.
Capitolo ventiduesimo
Luca si rese conto che quella era una piccola comunità rurale e di questo non conosceva nulla, e si incuriosì perché quello era un mondo nuovo, una realtà a lui sconosciuta, peraltro in contrasto con ciò che era abituato a vedere sin da bambino, i contadini ciascuno rinchiuso nei confini del proprio campo, che non riuscivano a varcare quei limiti e si ricordò della sua questione agraria, del motto l’unione fa la forza, di come però le vedute individualistiche rendessero difficile la realizzazione anche di un piccolo interesse comune da difendere e da tutelare. Lì invece si viveva in comunità, si lavorava tutti insieme e si determinava un orizzonte diverso per tutti. Visitando un bungalow che era proprio della comunità, dove si radunavano e dove si decidevano le attività, vide numerose fotografie, ma giganteggiavano sui muri due foto del Mahatma Gandhi. E lui rimase perplesso ad osservare quell’uomo molto magro, scarno nel fisico ma che dal volto esprimeva una forza interiore misteriosa che promanava anche dalle foto e trascendeva il tempo.
In questa piccola comunità si realizzava il pensiero di Gandhi, della cura del particolare, della piccola impresa comune, della comunità rurale. Il pensiero di una società in cui lo spirito della cooperazione e della comunicazione doveva prevalere su quello del dominio sull’altro basato sulla ricchezza o sulla forza, quel pensiero con cui il Mahatma aveva contrastato per anni la grande Inghilterra e in virtù del quale aveva portato all’indipendenza l’India. Il pensiero di una società in cui non la violenza, ma lo sforzo comune basato proprio sulla non violenza poteva portare grandi risultati. A queste riflessioni Luca sarebbe giunto gradualmente dopo, attraverso la conoscenza del pensiero di Gandhi. Al momento rimase impressionato dalla grandezza della sua figura e insieme dai risultati raggiunti dalla piccola comunità rurale.
Concetta gli disse che doveva recarsi a Faizabad per acquistare dei semi e gli propose di accompagnarlo. Presero un pullman e arrivarono in pochi minuti al centro della città. Faizabad era un centro di circa 300.000 abitanti, aveva un bel sistema di strade larghe al centro che era costituito da palazzi e palazzine di recente costruzione, che si alternavano a costruzioni di qualche secolo che erano state riammodernate e fungevano perlopiù da uffici. Entrando dalla periferia, con il pullman, avevano visto una serie di tuguri, le bidonville, case perlopiù di lamiere e di altri residuati, nelle quali vivevano molte famiglie. E avevano potuto intravvedere i panni stesi, le piccole aie, le persone che vi si agitavano, e Concetta aveva detto che a Bombay, dove era stata qualche anno, ce n’erano tantissime sempre nella periferia e che lì viveva la gente migliore ma che aveva poche possibilità e che cercava nelle città occasioni di lavoro, e che quello era il percorso che faceva comunemente chi era costretto dalla fame ad abbandonare la terra e si rivolgeva alla città per tentare di sopravvivere. Gli abitanti delle bidonville però rimanevano comunque dei contadini che cercavano di urbanizzarsi e si adattavano a tutti i lavori e cercavano fortuna nella giungla delle città.
L’estendersi della zona della bidonvilles determinava un allargamento a dismisura della città e un suo protendersi confuso verso la campagna, tanto che con esse si confondeva il paesaggio della città con quello della campagna. Era un po’ come se la campagna si rivolgesse in aiuto alla città e come se ne fosse inglobata. La terra era ancora domina, ma si capiva che stava per essere inghiottita dall’abbandono e inglobata nella struttura della città.
E Luca ripensò all’avvocato, e alle sue parole sulla terra smarrita, che perde le sue capacità e il suo potere, quando la si abbandona e la si lascia indifesa in preda al groviglio degli interessi. La terra smarrita. Ma poi pensò alla piccola comunità rurale e sentì che quella era la strada per ricominciare, per ridare un discorso alla terra.
Una strada difficile da percorrersi, pensò, se poi i contadini dovevano restare isolati come dei sopravvissuti del passato, come un insieme di persone che in fondo danno la materia prima, il cibo, ad una società che si attiva in tutt’altre direzioni e che li conserva solo per questa loro funzione, finchè non sarà in grado di farne totalmente a meno. Quello che era successo nella piana di Fondi, e che vedeva in fondo realizzarsi anche lì a Faizabad.
Ma lì aveva trovato una speranza, quella piccola comunità rurale in cui il significato della terra madre veniva conservato rispettato e mantenuto e in cui si agitava il grande spirito di Gandhi.
Arrivarono nel negozio, Concetta fu salutata con grande rispetto dal signore indiano che serviva e fu così che Luca si rese conto che lei era molto stimata e che anche la piccola comunità rurale godeva di grande apprezzamento.
E non era la loro ricchezza a determinare questo, era la speranza che il loro tentativo andasse avanti, la loro era come una piccola missione che stava seminando nella città e in tutta l’India lanciando un nuovo modo di concepire il rapporto con la terra e quello con gli altri. E Luca sentì sempre più forte il legame che si stava facendo forte con questa novità.
Usciti dal negozio Concetta riprese il suo racconto sulle zucche e disse che aveva avuto un successo insperato, che la coltivazione della zucca era conosciuta, ma che lei si era adoperata per far conoscere tanti modi di cucinarla, tante possibilità gastronomiche, ma che avevano fatto impressione le dimensioni gigantesche delle sue zucche e di questo doveva ringraziare suo nonno che con chissà quale misterioso sistema aveva ottenuto quel tipo di zucca.
E ricordò ancora quel trucco che aveva usato per far credere che i semi venissero dal mare, e quanto questa storia si era diffusa voce per voce, non ne aveva parlato la stampa, ma lei a Bombay era diventata subito una specie di celebrità e poi, quando si era trasferita a Faizabad per entrare nella piccola comunità rurale, era stata accompagnata da questa specie di gloria acquisita, per cui non aveva avuto nessuna difficoltà ed era stata accolta a braccia aperte e accompagnata da una fama che si era propagata misteriosamente per l’India.
Scesero dal pullman e si avviarono lentamente verso i bungalow. Era sera ormai e il crepuscolo tingeva il cielo delle prime oscurità e le stelle più lucenti facevano capolino. Luca portava i sacchi acquistati e Concetta gli camminava a fianco. Luca poggiò a terra i sacchi, la strinse a sé e si abbracciarono e un lungo bacio finalmente suggellò il loro nuovo incontro.
Capitolo ventitreesimo
Circa 20 giorni dopo andarono al fiume.
Era un giorno festivo e molta gente si immergeva secondo la tradizione religiosa indù.
Era un rituale silenzioso, senza clamori, ognuno cercava dal fiume qualcosa, un rinnovamento, una purificazione.
Anche Luca e Concetta, insieme al piccolo Madhu, si immersero nelle acque. Con questo semplice gesto intendevano celebrare la loro unione. In quei giorni avevano parlato poco, ma Luca aveva alfine deciso e aveva confidato la sua intenzione di rimanere lì, accanto a lei e chiesto di essere accolto nella piccola comunità. E lo avevano accolto senza cerimonie, l’unico problema era la lingua, ma in 20 giorni aveva già formato un piccolo suo vocabolario e si faceva capire da tutti, aiutandosi anche con i gesti, se occorreva. D’altra parte aveva in Concetta e anche in Madhu, che capiva abbastanza l’italiano, due interpreti per cui era facilitato ogni suo colloquio.
Luca poi sentiva per Madhu un grande affetto e capiva che era ricambiato.
Il fiume portava le sue acque con grande tranquillità e i gesti degli uomini erano lenti. Anche gli animali che vi erano immersi sembravano muoversi con ritmi cadenzati.
Intorno la terra si riempiva di viandanti, e c’erano uccelli che volteggiavano nel cielo, godendosi la bella giornata .
Così con semplicità Luca e Concetta suggellarono la loro unione. Il fiume e la terra e Madhu dettero il loro consenso. Tra i viandanti spuntarono fuori due persone che li chiamavano e si accorsero che erano due anziani della comunità che li avevano seguiti in silenzio ma che ora volevano far notare la loro presenza. Portavano dei semi che gettarono nel fiume. Erano semi di zucca, quelli che avevano avuto una grande importanza per tutti e due, quei semi che si diceva venissero dal mare.
Quei semi avevano dato i loro frutti. E la calma del fiume fu sorpresa dalla gioia che si stava esprimendo in quei sorrisi e in quei richiami. Così Luca e Concetta suggellarono la loro unione e la piccola comunità rurale volle manifestare la sua accoglienza.
Terminata la cerimonia uscirono dalle acque e si allontanarono dal fiume. Che li osservava, con molta discrezione, ma continuava a portare le sue acque per gli altri.